"Appuntamento in Rete con la morte ma sono stufo della ultra-violenza"

Lo scrittore torna con il thriller "Sete" che trae spunto dal web

Domani Jo Nesbo - Oslo, classe 1960 - compie gli anni e ne dimostra oltre dieci meno di quelli che ha. Non fosse stato un calciatore professionista, non avesse fondato un gruppo rock in cui ancora suona e non amasse fare scalate, qualcuno potrebbe dire che arrivare a 33 milioni di copie vendute mantiene in forma. Anche il suo eroe, Harry Hole, è invecchiato bene: ha smesso di bere, a tre anni dal matrimonio con Rakel sembra felice e la sua nuova caccia al killer è appena arrivata in libreria con Sete (trad. di Eva Kampmann, Einaudi, pagg. 640, euro 22).

Come celebra i compleanni, Harry Hole?

«Harry non capisce nemmeno perché esistano, i compleanni. In Sete apprezza la vita in famiglia, anche se preferirebbe tornare a cenare al ristorante, ma ha paura dei giorni perfetti. Cammina sul ghiaccio e aspetta che si rompa, perché là fuori è rimasto un killer che non è riuscito a catturare. Quindi ha solo un piede nel mondo dei compleanni, l'altro è rimasto nel mondo dell'ansia».

Rimane un solitario.

«Non è che non gli piaccia la gente. Solo che non ama passarci del tempo. E anche alle persone lui risulta faticoso: i lati oscuri dopo un po' stancano».

In Sete, tutte le donne uccise erano iscritte a Tinder, l'app per incontrarsi. Ha fatto ricerche sul campo?

«Non mi tiro mai indietro di fronte alle ricerche: mi sono buttato in mare da 25 metri, ho fatto skydive, ho vissuto insieme a tossici con le pistole sul comodino. Ma non ho aperto un profilo. Non volevo ingannare chi cercava un vero appuntamento. Ho coinvolto un'amica, che poi mi raccontava gli incontri e che nel tempo ha sviluppato un approccio professionale. Ora vive con un uomo conosciuto con Tinder».

Il suo senso morale è cambiato in vent'anni di thriller?

«Quando rileggi il tuo diario di adolescente ti chiedi come hai potuto scriverlo. Quando rileggo i miei libri di vent'anni fa, non me ne vergogno, ma sono un po' deluso, perché non sono poi migliorato tanto: la scrittura è più o meno la stessa. E la moralità? È tutta fiction. Psichiatri o poliziotti vengono trasformati dal proprio lavoro, ma io, quando decido che ne ho abbastanza di realtà estreme, torno a casa: quella non è la mia vita».

Ci sono cose che non vorrebbe mai raccontare?

«Il mio romanzo Il leopardo alla sua uscita ebbe un'ottima accoglienza, ma anche una critica feroce: mi dissero che c'era troppa violenza gratuita. Andai a controllare e mi accorsi che era vero: avevo esagerato, mi ero soffermato su particolari sadici senza un vero motivo. Lo feci forse perché ero sedotto dalla mia stessa capacità di farlo, come quando si allunga troppo un assolo di chitarra. Ma se ho un rimpianto, in questi anni, è di aver scritto quei passaggi, di essere andato oltre».