Artisti e Rai vanno dove tira il nastrino

di Tony DamascelliA ltro giro ma stessa serata arcobaleno, nastrini colorati, fettucce gay, mancava il nero, il lutto, la memoria alle vittime delle foibe e degli esuli di una storia feroce ma dimenticata. Un accenno e via con la musica.Sanremo osserva qualche secondo di parole, per nettarsi la coscienza e obbedire ad una legge sancita dodici anni fa. Il festival copre l'arco costituzionale ma non quello ideologico, gli artisti hanno tam tam personalissimi, lo ha ribadito lo stesso Conti, confortato da Leone: «Sul palcoscenico, i cantanti possono fare quello che vogliono, ovviamente nel rispetto degli altri». I nastrini hanno sostituito le bandiere della pace, meno polvere e più effetto, sempre arcobaleno era ed è. Quelle furono sventolate nell'edizione del duemila e tre. Sanremo era tutta un drappo multicolor, Luca Barbarossa sfilò sulla passerella, all'esterno dell'Ariston, avvolto nell'arcobaleno, Alex Britti si presentò alle prove con un bianco adesivo, segnale di pace non di resa, sulla sua chitarra e anche in regia, zona controllo audio, si vide sventolare una bandiera arcobaleno. Erano i giorni della massima tensione tra Usa e Iraq, era un mercoledì in cui papa Wojtyla chiese al mondo il digiuno contro la guerra, Pippo Baudo dovette resistere alle richieste di Agnoletto e di don Vitaliano: volevano illustrare sul palco le ragioni antimilitaristiche, il veto venne firmato e declamato, con tono democratico, da Fabrizio Del Noce: «Qui comandiamo noi». Due anni dopo, stesse bandiere, stavolta era il rapimento della Sgrena, mentre per Calipari, morto ammazzato, nemmeno una parola di cordoglio nel totale chissenefrega. Cambiano i tempi, resta il festival, restano i colori della protesta, civile, doverosa - e il dg Rai Antonio Campo Dall'Orto a proposito dei nastri ha commentato che tutto è stato fatto «in assoluta serenità e leggerezza» - Sanremo è un teatro nazionale, la metà degli italiani assiste all'evento, qualunque messaggio entra in circuito in secondi uno, da Noemi a Ruggeri, passando attraverso una semplice riflessione di «sir» (non mister, please Carlo Conti!) Elton John per andare a letto felici e gratificati. Gli artisti, nel senso di cantanti, hanno scelto personalmente come schierarsi sull'argomento; i veterani, quasi in gruppo; le promesse, invece, con qualche assenza. Ma nessun obbligo, nessuna imposizione, nessun minculpop, tipo no nastri-no canti. Il festival ha il privilegio di cantarle a tutti, quasi a tutti. L'antiberlusconismo oggi ha cambiato oggetto ma non pelle, la battaglia politica viene illustrata con simboli, una frase, una bandiera, un nastro. Un tempo c'erano i cantanti impegnati, oggi la strada per comunicare avviene per segni, posture, gesti. Il festival in bianco e nero, quello di Modugno e Dallara, non avrebbe avuto lo stesso effetto. Oggi un nastro colorato spiega mille cose e mille casi, stimola, interroga, cerca di affrontare, non so se ce la faccia a risolvere. All'inizio della storia anche Vola Colomba e Papaveri e Papere lanciarono messaggi, all'insaputa dei più seduti davanti alla radio. C'entrava la Dc, c'entrava Amintore Fanfani che era il papero mentre i papaveri, rossi, erano, ovviamente, i comunisti. Oggi, come nei vecchi film western, «Arrivano i nastri».