«Atelier», l'arte della guerra poetica

Davide Brullo

Andrea Temporelli, che da tempo si è fatto fuori dalla banale bagarre letteraria, propagando, dalla sua solitudine, un romanzo-granata come Tutte le voci di questo aldilà (Guaraldi, 2015), ha deciso di pubblicare gli editoriali scritti per la rivista di Atelier nei 18 anni (dal 1996 al 2013) in cui ne ha retto, con audacia e follia, il timone. Per farla breve, questo è uno dei libri di «teoria letteraria» più folgoranti dell'ultimo decennio. Ecco perché.

Nell'aprile del 1996, vent'anni fa, un preside con il guizzo della critica letteraria (Giuliano Ladolfi) e il suo allievo pupillo (Marco Merlin) danno vita al «trimestrale di poesia critica letteratura» Atelier. In quel primo, archeologico numero, si indaga la figura di David Maria Turoldo e si affronta l'opera di Carlo Emilio Gadda. Tra i momenti apicali della rivista, l'antologia L'opera comune (1999), dove si radunano, ancora vergini, alcune delle voci più importanti di oggi (Laura Pugno, Elisa Biagini, Simone Cattaneo, Daniele Piccini, Andrea Ponso...), il numero monografico dedicato alla Giovane poesia europea (giugno 2003) e quello dei Racconti italiani (giugno 2005, con un non ancora vip Roberto Saviano) e la collana editoriale «Parsifal», dove sono accolti autori oggi coccolati dai grandi editori (da Nicola Gardini a Flavio Santi).

Dietro la faccia da bravo ragazzo di Marco Merlin, si nasconde Andrea Temporelli - il suo eteronimo -, poeta di talento (nel 2005 pubblica da Einaudi Il cielo di Marte), critico feroce e temuto. Con i suoi editoriali, trimestre per trimestre, costruisce una specie di manuale del guerriero-poeta, una sorta di arte della guerra lirica. «Siamo convinti che bisogna pagare di persona ogni parola; ogni verso dev'essere un'offerta, ma totale, autentica». Il tomo, dal titolo etico Smarcamenti, affondi e fughe (Giuliano Ladolfi Editore, pagg. 400, euro 20), raccoglie anche gli incontri, sempre estremi, di Temporelli con Roberto Mussapi, Umberto Fiori, Tiziano Scarpa, Antonio Riccardi... Un libro che è lo specchio, al contrario, di un altro libro altrettanto decisivo, Lettere a nessuno, di Antonio Moresco. Solo che lì ci si ostinava a dar conto del proprio talento, nell'ottusità della grande editoria, qui si gioca al contrattacco: senza un filo di lamento, affilando la spada, costruendo una comunità. «Benedetto sia l'anonimato che ci permette la libertà degli infiltrati e l'allegria dei disperati», scrive Temporelli.