Aznavour stupisce ancora. Tour mondiale a 92 anni

Con Sinatra è la voce più popolare del '900: "Ho iniziato la carriera a teatro nel 1933"

Abito perfetto. Lucidità implacabile. Charles Aznavour ha 92 anni e viene da un altro mondo. Ha fatto, lui così minuto, la storia della canzone e non ha ancora deciso di smettere. Con Johnny Hallyday è il cantante francese più conosciuto nel mondo. Con Sinatra è la voce più popolare del Novecento. «Continuo la carriera perché gli altri sono già stanchi», sorride. Dopotutto dopo 72 anni sarebbe anche lecito decidere di prendersi una pausa. Invece no. Anche perché non sono 72 ma 83: «Chi ve l'ha detto? Io ho iniziato nel 1933 a teatro, non ho imparato a recitare ma facevo danza classica che mi ha aiutato ad affinare la mia gestualità durante i concerti».

A proposito, Charles Aznavour ha in programma addirittura un tour mondiale manco fosse una popstar ventenne e il 14 settembre passerà per la prima volta all'Arena di Verona: «La scaletta è già decisa, vorrei cantare la prima canzone in italiano e comunque canterò L'istrione in italiano in ogni parte del mondo. Che bella l'epoca in cui la canzone italiana e francese andavano d'amore e d'accordo, Gilbert Bécaud e Léo Ferré cantavano in italiano e Massimo Ranieri non ha problemi a farlo in francese. Ma ora?». Appunto ora? «I cantanti francesi vogliono cantare e comporre in inglese per far successo negli Stati Uniti ma sono illusi: agli americani devi portare ciò che non hanno perché nessuno può cantare in inglese meglio degli inglesi». Non a caso, giusto per dar ragione ad Aznavour, gli interpreti italiani più famosi negli Usa sono Andrea Bocelli e Il Volo, che «bencantano» in italiano. «Se volete essere amati dal pubblico, dovete amare il pubblico», riassume così una carriera lunga quasi un secolo: «Mi arrabbio quando si dice che la canzone è un'arte minore: scrivere un brano è come scrivere un libro e io sul palco mi comporto come se fosse un concerto di musica classica».

Anche sul palco dell'Arena di Verona sarà sempre l'impeccabile Aznavour, interprete di brani scelti da un repertorio incredibile: 1200 canzoni e 294 album. Nessun artista ha avuto un endorsement da Edith Piaf (Aznavour lo ebbe nel '46) ed è ancora in classifica grazie a un duetto con la francese Zaz: «Nel nostro primo duetto la canzone l'ha scelta lei. Nel prossimo la scelgo io». Aznavour stupisce perché è come se fosse una feritoia aperta sul nostro passato. Dovremmo guardare e imparare, senza essere nostalgici, per carità: «Alla mia età non mi diverte parlare male dei giovani perché, ad esempio, quando Gainsbourg è arrivato era molto giovane. Ma le nuove generazioni non mostrano segnali di lotta creativa. Tanto per capirci, il pubblico continua a chiedere La vie en rose ma nessuno si domanda se ci siano altre Vie en rose». Invece lui, che canta in sette lingue e ha venduto 300 milioni di dischi, continua a essere curioso come quando papà Micha Aznavourian e mamma Knar Baghdassarian lo introdussero nel mondo teatrale parigino: «Avevo paura di salire sul palco, ho smesso quando ho capito che il pubblico veniva in sala proprio per me». La modestia del gigante. Adesso a casa ha tre televisori così ripartiti: «Uno per me, così guardo ciò che voglio. Due per tutti gli altri». E' stato, si sa, uno dei principali testimonial della battaglia degli armeni, che sono sangue del suo sangue, ma ora «non voglio interferire». Dopotutto, spiega, «la Francia ha riconosciuto che fu un genocidio e il Papa ne ha parlato due volte in modo meraviglioso. Io non sono nemico dei turchi, voglio solo verità».

E comunque questo uomo dall'eleganza d'altri tempi, giacca e maglia tono su tono e scarpe in tinta, non ha mai smesso di essere uno che viene dal basso: «Anche adesso, mentre vedo le tragedie in Francia, ho proposto a Hollande e al ministro dell'interno francese di non dimenticarsi che abbiamo 140 villaggi completamente abbandonati. Se è vero che c'è posto per 300 famiglie in ciascun villaggio, dagli immigrati potremmo avere nuovi francesi proprio come è accaduto a me 92 anni fa». Tra i pochi giornalisti che lo ascoltavano in una saletta dello Chateau Monfort, è scoppiato l'applauso e lui, pudico, ha abbassato lo sguardo già protetto da un bel paio di occhiali da sole. Se non cantasse, gli basterebbe parlare per avere lo stesso potere affabulatorio: «Ai giovani che non imparano dai loro insegnanti ricordo sempre che poi, nella vita, imparare diventa molto più difficile. Io ce la sto facendo, ma tanti, troppi, mollano a metà strada». Dopo ottantatre anni di carriera (83!) non ha finito di farlo. Però, attenzione, chiede ancora scusa: «Ho la memoria corta e sul palco voglio il gobbo con i testi dei miei brani. Ma anche Pavarotti e Sinatra lo volevano, quindi mi consolo». E sorride. Con uno sguardo d'altri tempi che dovrebbe servire da lezione a tanti.

Commenti

zen39

Ven, 01/07/2016 - 13:00

Grandissimo. Grazie per tutte le emozioni che hai suscitato.Che Dio ti benedica !