La bacchettata

Un contributo sulla riflessione dei rapporti fra i popoli, in questi tempi drammatici e confusi, ci è venuto dalla musica, e in modo inatteso. In un pomeriggio afoso, nella fiumana del multicolorato shopping milanese, giunto in Piazza del Liberty, in un'ansa del Corso Vittorio Emanuele II, mi hanno sorpreso suoni misteriosi. Venivano da una tenda ovale, nella quale, come in una conchiglia aperta, audaci studenti del Conservatorio Bartòk di Budapest, si alternavano in una maratona pianistica di otto ore. Si eseguivano brani tratti dai sei volumi del Mikrokosmos, il grado al Parnaso pianistico in 157 pezzi, sintesi di tutti i problemi tecnici e musicali da Bach al folclore, scritti da Béla Bartòk fra il 1926 e il 39. Non aridi esercizi tecnici, ma geniali studi sprigionanti il fascino di una terra primordiale e remota. Proprio dall'esaltazione della musica contadina magiara, Bartòk partì per elaborare la sua personale etica artistica, speculare alla sua musica: nata da tre fonti (ungherese, rumena e slovacca), è al tempo stesso stesso «manifestazione del concetto di integrità» e di fratellanza fra i popoli: «la fratellanza nonostante qualsiasi guerra e contesa. Nella mia musica per quanto ci riesco cerco di servire questo principio, per questo non mi sottraggo a nessuna influenza che sia di fonte slovacca, rumena, araba o qualsiasi altra. Purché la fonte sia pura, fresca e sana!» Ecco il segreto dell'eterna primavera dell'acqua che Bartòk continua a versarci e di cui oggi si sente un gran bisogno.