La bacchettata

Lodare sempre le cose antiche e biasimare le presenti era, secondo Tacito, vizio degli uomini di malanimo. Nell'eroicomico mondo dell'opera questo piagnisteo sembra non finire mai, fra scelte organizzative azzardate, ignoranza generale galoppante e reazioni melomani isteroidi. Il rischio è che quando si presenta una smentita, cioè un grande interprete, non lo si riconosca più. Mancano i direttori verdiani, si dice. E, ahimé, è vero. Il primo commento al Don Carlo diretto da Myung-Whun Chung alla Scala, è incerto: alcuni rilevano una mancanza di «peso» sonoro specifico. È comprensibile: sono disabituati ad ascoltare una concertazione vera, un lavoro direttoriale nato misurando tutto (tempi, respiri, colori, dinamiche) sugli interpreti a disposizione e pensando ai «rapporti» fra ogni frase e numero musicale rispetto alla situazione psicologica e a quanto precede e segue. La grande prova direttoriale di Chung è passata indenne da veniali incidenti di percorso - un paio di entrate del coro uomini non proprio ortodosse nell'intonazione e gli anticipi della banda fuori scena. Ha sostenuto Ferruccio Furlanetto (ancora regale nella declamazione del suo Filippo II) muovendo drammaticamente il cantabile canuto. Ha evitato pesantezze foniche per aiutare i molti calibri leggeri, come l'intelligente baritono Simone Piazzola (marchese di Posa). Ha rivelato tutta la sua raffinata timbrica insieme a una voce sicura ed elegante come Krassimira Stoyanova (Elisabetta). Il pubblico (e l'orchestra) se ne sono accorti, dedicando al maestro coreano una formidabile ovazione alla seconda sortita e un sentito tripudio finale.