Bagatelle per le "Bagatelle", storia di un libro proibito

Un dossier sul dibattito creato dal feroce pamphlet antisemita di Céline: giusto o sbagliato pubblicarlo?

Ma se oggi, in Italia, si ripubblicasse Bagatelles pour un massacre di Louis-Ferdinand Céline, una delle più dure offensive contro la razza ebraica che il Novecento ricordi, cosa accadrebbe? Qualcuno direbbe che è un'operazione editoriale pericolosa, visti i tempi di razzismo strisciante: benzina sul fuoco dell'intolleranza diffusa. Qualcuno invece spiegherebbe che un'edizione critica, curata in maniera scientifica, potrebbe essere - chissà - un antidoto al ciclico ritorno di certe pulsioni antisemite. Qualcuno si scandalizzerebbe della trovata commerciale. E qualcuno si chiederebbe se vale ancora la pena parlarne. E voi, cosa pensate?

Un anno fa la vedova dello scrittore, Lucette Destouches, che aveva bisogno di soldi per curarsi (oggi ha 106 anni), concesse all'editore Gallimard di ripubblicare i pamphlet antisemiti del marito, tra cui le Bagatelle, libro apparso in Francia nel 1937, vendutissimo per anni e poi di fatto scomparso dopo il '45. Il marchio della «Bibliothèque de la Pléiade», tra le più prestigiose collane al mondo, era la miglior garanzia di fronte ai rischi di strumentalizzazione degli «scritti polemici» di Céline. Non bastò. Gallimard fece un passo indietro: sia per le proteste della comunità ebraica, sia per le preoccupazioni dello stesso Eliseo davanti al risorgere dell'ultradestra, sia perché evidentemente il debito da pagare alle forche caudine del «dibattito» ideologico-politico degli intellettuali (il grande pubblico se ne sarebbe fregato, e forse avrebbe anche comprato) era troppo alto. E così le Bagatelle rimasero dov'erano: sotto (auto)censura. E anche in Italia, per il divieto della vedova e il disinteresse degli editori, il libro circola solo nelle copie superstiti delle vecchie edizioni (due: una mutilata di Corbaccio del 1938 e una integrale di Guanda del 1981) o in quelle pirata.

Ma se oggi non possiamo più leggere quel libro maledetto (non è vero: esiste nelle biblioteche, nelle librerie antiquarie e persino in internet), possiamo però sapere quali effetti suscitò tra l'intellighenzia che lo ebbe fra le mani. Ed ecco Il dossier «Bagatelle» - sottotitolo La polemica su Céline in Francia e in Italia (Medusa) - curato da Riccardo De Benedetti e che raccoglie le recensioni dei critici di fronte al «libro nero» per eccellenza del Novecento. Un testo rabbioso e intollerabile che in 300 velenosissime pagine condensa secoli di pregiudizi e di rancore verso gli ebrei e la «giudaizzazione» dell'Europa. E se le reazioni degli intellettuali francesi, tra condanne senza appello, distinguo e tentativi di giustificazione, sono indicative di un clima ma restano troppo datate (siamo appunto tra il 1937 e il 1938), molto più interessante risulta la risposta italiana, quando Guanda (casa editrice non certo di destra ma senza il paracadute ideologico di una Einaudi) decise di pubblicare le Bagatelle in versione integrale con la traduzione di Giancarlo Pontiggia. Siamo alla fine del 1981 e il volume venne ritirato dalle librerie solo tre mesi dopo, in seguito alla minaccia della vedova Céline di muovere causa all'editore. Un tempo sufficiente, però, per scatenare la meglio intelligenza italica. A scrivere delle Bagatelle è di fatto solo la cultura di sinistra (la destra estrema preferisce baloccarsi in silenzio con le tesi oscene di Céline, mentre la destra liberale e conservatrice preferisce non intervenire). E la prima impressione che salta agli occhi leggendo quegli interventi (Enrico Filippini su Repubblica il 5 ottobre 1981, poi Guido Ceronetti sulla Stampa, Alberto Moravia sul Corriere della sera, Marco Vallora su Panorama, Cesare Cases su L'Espresso il 15 novembre e Piergiorgio Bellocchio ancora su Panorama il 4 gennaio 1982) è maliziosa: che si tratti di una discussione altissima. «Oggi quei livelli ce li sogniamo», azzarda Riccardo De Benedetti al Giornale. «Se qualcuno ripubblicasse le Bagatelle nel 2019 assisteremmo solo a una sequenza di anatemi. Oltre un Non si fa! non andremmo. Con l'unica conseguenza che negando il confronto si ribadirebbe la forza di quelle idee perverse». E aggiunge De Benedetti nell'introduzione: «La censura morale che il testo di Céline esige e richiede può trasformarsi in men che non si dica in disapprovazione estetica, con un evidente ritorno alla prevalenza della prima su qualsiasi altra considerazione». Si chiama «politicamente corretto».

Allora, invece, la polemica fu intensa e profonda. La aprì Filippini su Repubblica, in un momento di forte slancio del quotidiano della sinistra «intelligente», e in effetti tra tutti è forse l'intervento più scontato: è un elenco di tutte le nefandezze che le Bagatelle propagano, le volgarità, le menzogne e i luoghi comuni sfruttati dall'autore del Viaggio al termine della notte, cui segue lo sfogo finale: «Non ho voglia di rileggere Céline. Scusate un momento. Ho voglia di vomitare». Tutti gli altri critici invece lo rileggono, anche arrabbiandosi. Lo discutono, lo affrontano, senza rifugiarsi nel facile disgusto. Ceronetti compiange ma non condanna il «naufrago senza speranza» Céline, cerca una spiegazione nella sua bestialità «da linciatore di strada» contro gli ebrei, confronta gli effetti eccezionali del suo «fantastico parlato argotico» nei romanzi e il girare a vuoto nel pamphlet. Non crede alla stupidaggine (sic) di Sartre secondo il quale Céline scrisse le Bagatelle pagato dai tedeschi, e riflette sul «nero attimo senza poesia, nel pellegrinaggio dell'uomo e dello scrittore verso la notte». Moravia, che giudica il libro «brutto e tedioso», ovviamente non si mette neppure a discutere le tesi antisemite, preferisce invece distinguere «le cose dell'arte» da quelle «della morale», e accetta l'idea, per quanto aberrante, che le Bagatelle siano per Céline l'espressione letteraria del proprio io: «L'antisemitismo è per noi materiale condannabile da punto di vista etico ma - per lui - autentico dal punto di vista espressivo». Marco Vallora passa in rassegna i possibili motivi alla base del pamphlet (il risentimento personale verso gli ebrei, la voglia di scandalizzare i benpensanti...) ma dà conto anche di chi (Giuseppe Guglielmi) considera il libro «stilisticamente geniale» o chi (Franco Cordelli, consulente all'epoca della Guanda) pensa che «probabilmente Céline ha scritto un capolavoro perché ha lanciato un'invettiva contro qualcosa che conosceva assai bene, quel lato abbietto di sé cui dette nome di ebreo». Mentre Cesare Cases riconosce persino una grandezza letteraria al testo e Piergiorgio Bellocchio nega, come fa invece Natalia Ginzburg su Lotta continua, che «un libro razzista non può essere altro che brutto». Anzi: per il fondatore dei Quaderni Piacentini «Bagatelle appartiene al maggior Céline, al Céline che conta...». Insomma, persino con idee criminali, o peggio insensate, si posso scrivere capolavori. Anche se oggi - non siamo più nel 1981... - nessuno avrebbe il coraggio di dirlo.

Commenti

fifaus

Mer, 06/03/2019 - 22:50

questa voltra l'articolo mi è piaciuto