Afterhours: "Bello ma ormai innocuo il rock italiano ha perso"

La band di Manuel Agnelli ripubblica (con tanti ospiti) il cd Hai paura del buio? che ha ispirato tanti musicisti

In fondo gli Afterhours sono perdenti vittoriosi. In quasi trent'anni di onorata carriera hanno delineato l'identikit del rock alternativo italiano, alternativo a tutto, spesso anche alla logica. Sono milanesi post, nel senso di post punk e poi post psichedelici e infine post grunge e anche post sanremesi. Ma a furia di essere creativamente post, oggi ammettono di esserlo stati fin troppo: «Abbiamo perso. Gli anni '70 ci hanno consegnato coraggio e idee, noi non siamo in grado di fare lo stesso con i giovani». E, mentre recita questo clamoroso mea culpa di fianco agli altri della band, l'ispido Manuel Agnelli, voce e idee acute, presenta al Museo del Novecento l'apologia del proprio passato: la nuova versione doppia di Hai paura del buio?, il disco del '97 che è il Dna della scena indie. Le canzoni originali rimasterizzate (e Male di miele è sempre una sciabolata). E quelle reloaded, ossia risuonate e cantate con tanti altri «alternativi» di nome oppure solo di spirito: da Mark Lanegan agli Afghan Whigs, da Edoardo Bennato a Negramaro e Ministri e Joan as Policewoman. «È stata una sorpresa che quasi tutti abbiano accettato il nostro invito, in fondo mica siamo i Rolling Stones», minimizza Agnelli, vestito come a suo tempo Ian Astbury dei Cult, ossia rigorosamente lontano da ogni moda che faccia moda.

Però, scusi, il vostro disco Hai paura del buio? ha pur sempre dato le coordinate al rock alternativo italiano degli ultimi due decenni.

«Sì l'attenzione della stampa è cresciuta e la qualità della musica è migliorata nel senso che si suona e si produce meglio. Però creativamente la scena non mi pare molto cresciuta. Anzi proprio poco».

Ossia?

«Le band fanno fatica a essere personali, ci sono molti meno freaks, molti meno mostri, e c'è molta più omologazione».

Colpa di internet?

«Internet è l'eroina di questi anni».

Addirittura?

«Quando è arrivata l'eroina, sembrava desse libertà. In realtà rende innocuo chi la usa, gli toglie ogni arma, ogni possibilità. E così fa internet, che ci tiene a casa, ci rende solitari, toglie ogni fisicità, ogni voglia di scendere in piazza a confrontarsi. Come l'eroina è un mezzo fantastico che sembra liberatorio».

In qualche modo Hai paura del buio? nel 1997 è stato liberatorio.

«Ma in realtà non è stato un disco coraggioso. In quel momento non avevamo nulla e quindi non avevamo nulla da perdere».

Avreste potuto però decollare, diventare una band da classifica.

«Sì, i discografici cercavano i nuovi Litfiba, che sono bravi e forse un po' troppo grotteschi, ma a noi manca il talento per gestire certe logiche».

Però nel 2009 siete andati al Festival di Sanremo.

«È stata una scleta liberatoria. Nel nostro ambiente, che non considero un grande ambiente, ci sono regole troppo rigide che sono diventate gabbie sterili. Perciò siamo andati all'Ariston».

Risultato?

«C'è piombata addosso una quintalata di letame perciò adesso siamo pronti a tutto, a qualsiasi critica, a qualsiasi scelta».

Si prepara a quelle che magari riceverete durante i concerti finiranno il 29 (il 24 e il 25 all'Alcatraz di Milano)?

«Proponiamo tutto il disco, con gli stessi suoni e arrangiamenti, addirittura, se possibile, con le stesse chitarre. Sarà uno spettacolo teatrale, abbiamo anche gli stessi vestiti di allora».

Forse a cambiare è stata soltanto la vostra attitudine.

«No, quella no. Siamo più vecchi e quindi cantare brani come Sui giovani d'oggi ci scatarro su è più difficile. Ma l'attitudine è la stessa: nella nostra storia, ci siamo fatti molto male per continuare a fare quello che volevamo».