Bismarck o Merkel la Germania è sempre un gigante fragile

Il «cancelliere di ferro» dovette fare i conti con le altre potenze europee. E Angela se la deve vedere con l'Ue

Il «cancelliere di ferro» Otto von Bismarck (1815 - 98) fu l'artefice dell'unità tedesca all'insegna di un progetto che concepiva l'egemonia della Germania sul continente europeo come uno strumento in grado, attraverso il sistema delle alleanze internazionali, di garantire l'equilibrio del vecchio continente. Era convinto che una egemonia tedesca in Europa fosse più utile, o meno dannosa, di una egemonia francese o russa o inglese. Il presupposto del cosiddetto «sistema bismarckiano» stava nell'idea che la nuova Germania, nata dalle ceneri della guerra franco-prussiana del 1870, fosse una «potenza di centro» capace di ammortizzare le sollecitazioni egemoniche delle altre potenze europee riservando, comunque, a Berlino il ruolo di garante della stabilità internazionale.

Che si trattasse di un progetto con un elevato tasso di vulnerabilità ben lo dimostra, però, il fatto che il sistema di «pace armata», costruito sulla combinazione delle alleanze contrapposte e della corsa agli armamenti, finì per esplodere nelle «tempeste d'acciaio», per usare la bella espressione di Ernst Jünger, della prima guerra mondiale. Il fantasma di Bismarck e la discussione sul ruolo geopolitico di una «potenza di centro» sono stati evocati negli ultimi tempi, a proposito o a sproposito, con riferimento alla Germania attuale che pure, sotto la guida di Angela Merkel, sta cercando di sviluppare un nuovo tipo di politica egemonica. L'analisi e il confronto fra la Germania bismarckiana e quella odierna sono al centro del nuovo saggio di Gian Enrico Rusconi intitolato Egemonia vulnerabile. La Germania e la sindrome Bismarck (Il Mulino, pagg. 176, euro 14): un saggio di grande interesse che affronta il tema con un approccio storico e politologico al tempo stesso.

Che il contesto storico e politico in cui si trovò a operare Bismarck sia profondamente diverso da quello odierno, e per certi versi addirittura inconfrontabile con esso, è certamente al di là del fatto che la Merkel non abbia assunto il fondatore dell'unità del 1871 come un punto di riferimento politico ma abbia, semmai, citato altri personaggi, come Adenauer o Kohl, fautori o protagonisti della seconda unificazione nazionale del 1990 un dato significativo. La circostanza stessa, poi, che la Germania si trovi oggi a dover fare i conti non già, com'era ai tempi del «cancelliere di ferro», con Stati che costituivano il «concerto delle potenze», ma con una Unione Europea di scarso potere decisionale e messa in discussione da alcuni dei suoi stessi membri, rende sempre più problematico il progetto tedesco di orientare, se non proprio di guidare, l'Europa nella logica tipica di una «potenza di centro» quale essa si considerava e si considera. Così la posizione egemonica della Germania, costruita e sostenuta con una energia che sfiorava talora l'arroganza, è diventata, soprattutto negli ultimi tempi, sempre più controversa e «vulnerabile», se non addirittura «fragile», a causa di talune scelte sia di politica interna sia di politica estera: il rigore finanziario di cui si è autoproclamata paladina per i Paesi dell'Ue, il cauto coinvolgimento nella guerra siriana, la diffidenza nei confronti di Putin e del suo attivismo, la scelta della politica dell'accoglienza come risposta alla crisi migratoria.

Rusconi mette bene in luce, attraverso una analisi di tipo storico-comparativo, convergenze e divergenze della Germania bismarckiana e della Germania odierna e dei rispettivi sistemi politico-istituzionali. Egli fa notare giustamente come Bismarck, primo ministro prussiano e cancelliere dell'impero tedesco dal 1862 al 1890, abbia costruito un sistema istituzionale «semiparlamentare e semiautoritario» attraverso l'integrazione di tratti autoritari propri della monarchia prussiana con elementi «rivoluzionari»: il tutto sotto l'insegna di un conservatorismo di fondo, attento e sensibile, peraltro, alle esigenze di modernizzazione tecnica e amministrativa nonché pronto a varare, sia pure per motivi di rafforzamento e controllo del consenso, una prima vera e propria «politica sociale». In sostanza, l'età bismarckiana avrebbe segnato «la sconfitta politica del liberalismo storico in Germania», con tutto ciò che ne sarebbe seguito in termini di autoritarismo politico combinato con gli sviluppi della modernità tecnico-economica.

La Germania del «cancelliere di ferro», edificata attraverso le guerre e consolidata attraverso un'abile e sottile trama diplomatica, divenne così una «potenza di centro», una potenza «satura» che intendeva rivendicare un preciso ruolo di garante dell'equilibrio internazionale. Proprio in questa ottica va letto lo sforzo di Bismarck di cercare di tenere sotto controllo i conflitti con un incrocio di accordi e di alleanze e, al tempo stesso, di dirottarli dal centro del continente verso la periferia, cioè verso i Balcani e la zona del mar Nero. Il «cancelliere di ferro» non credeva nella invincibilità dell'impero tedesco, ma si preoccupava soltanto di preservarlo nel tempo, assicurandogli una posizione egemonica. Ma l'egemonia, così realizzata, si dimostrò, come si è detto, vulnerabile.

La Germania attuale, quella sorta dalla riunificazione delle due Germanie, ha connotazioni istituzionali molto diverse da quelle dell'impero bismarckiano. È una democrazia che coniuga l'idea tradizionale di nazione con quella della libertà politica e con la cultura dei diritti. Anch'essa punta, come già fece la Germania di Bismarck, a portare avanti il discorso di una «potenza di centro» con una vocazione egemonica, ma lo fa sia in un'ottica di «egemonia economica» che troppo spesso finisce per penalizzare gli altri Stati, sia, ancora, secondo una visione che, di fatto, identifica il destino dell'Europa con il suo stesso destino. Di qui deriva, oltre che la «vulnerabilità», anche la «fragilità» del suo progetto politico. Come dimostrano bene le sue incertezze sulla risposta da dare all'offensiva dei migranti e la sua politica nei confronti della Russia di Putin. Proprio quest'ultimo punto è particolarmente significativo. Bismarck aveva fatto di tutto per evitare l'inimicizia con la Russia, la Merkel invece, in occasione della crisi ucraina ha assunto una posizione del tutto diversa. È vero che la situazione geopolitica del XIX secolo era del tutto diversa da quella attuale, ma è anche vero che la Merkel non è Bismarck.