Bolaño racconta l'origine del male

Stefania VitulliTorna Bolaño, con quel modo di raccontare la memoria che la fa diventare tutte le memorie. Anche se in Notturno cileno (Adelphi, pagg. 124, euro 15, trad. di Ilide Carmignani), il romanzo breve che fu l'ultimo scritto a essere pubblicato con l'autore di 2666 e I detective selvaggi (scomparso nel 2003) ancora in vita, la memoria è quella d'un uomo meschino.Un personaggio, il narratore di questo Notturno, in cui nessuno vorrebbe riconoscersi, anche se il percorso per allontanarsi definitivamente da lui, come lettori e come esseri umani, prende tutto il libro: «La vita è una serie di equivoci che ci conducono alla verità finale, l'unica verità», si introduce. Nelle prime pagine del suo memoir, scritto in una notte di dolore estremo, Sebastián Urrutia Lacroix, cileno di origini basche e madre francese, è solo un ragazzino tredicenne, spaventato dall'ombra del padre che scivola nelle stanze di casa come una donnola o un'anguilla, un ragazzino che sente la chiamata del Signore e decide di entrare in seminario. Poche righe dopo, siamo già «molto tempo dopo»: Sebastián è chiamato «padre» da sua madre, è diventato un sacerdote cattolico. Da quel momento in poi, la narrazione offre piccoli quadri, come li ha chiamati lo stesso Bolaño, che ricostruiscono l'esistenza di Sebastián e che hanno il tono d'una confessione venata di filosofia. Membro dell'Opus Dei; reazionario immerso fino al collo nei metodi e nel sentire della dittatura; presenzialista in salotti colti in cui la camera di tortura destinata agli oppositori del regime è pochi metri sotto i divani dell'ospite; agente della CIA; coltivatore di silenzi omertosi che lui considera candidi: lentamente, guidati dal ritmo ipnotico delle parole del prete in punto di morte, riconosciamo il male, in un'epifania che non ha nulla di retorico e tutto di irrimediabile.È lo stesso Sebastián che si disvela a se stesso, che si copre di insulti, che si sporca (per questo rimangono geniali le righe e ancor più «la» riga finale). Ci fa uscire dall'ambigua e squallida penombra con cui ha avvolto le sue azioni passate e ci mostra una colpa che considera seriamente solo in punto di morte. «Ciò che mi interessava in Notturno cileno era la mancanza di senso di colpa di un sacerdote cattolico», ha dichiarato Bolaño in un'intervista rilasciata un anno prima della morte. «Vivere senza colpe è abolire la memoria, perpetuare la codardia. Se io, che sono stato vittima di Pinochet, mi sento colpevole per i suoi crimini, come può non sentirsi colpevole chi fu suo complice, per azione od omissione?».