Buzzati e i colleghi impegnati "Un artista pensa alla poesia"

In una storica intervista, lo scrittore risponde a chi ritiene che le opere debbano essere politiche: «Un'idiozia»

Sono quasi quarant'anni che lei racconta storie fantastiche, definite, in risposta a Claudio Quarantotto del Roma, come più congeniali al suo spirito di quelle fantascientifiche. Qual è il motivo di una simile scelta e che cosa l'indusse, d'altra parte, a tentare un solitario exploit realistico come il romanzo Un amore?

«Penso che molto dipenda dalle esperienze infantili. La mia famiglia, i luoghi dove ho vissuto, tante altre cose, ma soprattutto i ricordi di quando ero piccolo. I più forti sono quelli d'estate, quando da Milano si andava a Belluno, dove sono nato, per le vacanze. Belluno, in fondo, è una terra abbastanza nordica: e le montagne hanno esercitato su di me un influsso straordinario. Tanto è vero che ancora oggi sogno tutte le notti di andare in montagna, magari in qualche modo strano e sbilenco e inappagante, però di andarci... Naturalmente hanno contribuito anche l'educazione, le letture: c'era in casa una signorina tedesca che raccontava sempre fiabe del Nord poco note in Italia. E poi Hoffmann, Poe...»

Insomma, un'innata sensibilità infantile accoppiata a una particolare educazione nell'età della formazione?

«Senza contare certi incontri. Per esempio, uno che ha avuto una grandissima influenza su di me è stato Arthur Rackham, disegnatore meraviglioso che dovrà avere, secondo me, una rivalutazione quanto prima: Alice nel paese delle meraviglie, Rip Van Winkle, Sogno di una notte di mezza estate...»

E l'exploit realistico di Un amore? Insisto sulla domanda perché m'interessa in modo particolare.

«Io non avevo nessuna intenzione di fare del realismo. Ho sentito il bisogno di raccontare questa storia che, ovviamente, è nata da una serie di esperienze personali, e l'ho raccontata, così, semplicemente...».

Molto spesso alcune sue storie sembrano avere un secondo fine. Mi spiego: nel Poema a fumetti, ad esempio, si vede un mondo, quello dell'Aldilà, in cui tutto è monotonia, eguaglianza, noia, massificazione. Da diverso tempo lei condanna ciò anche nei suoi racconti, negli elzeviri del Corriere e così via. Vorremmo una conferma a questa nostra interpretazione, e sapere inoltre se la storia non realistica, cioè la storia fantastica, si presti meglio a esporre queste sue tesi contro l'appiattimento e la massificazione dell'uomo medio.

«Se una storia fantastica si presta di più? Certo, si presta a rendere più intenso un concetto, no? Portando un'idea all'assurdo, per esempio, ho scritto due racconti: Il cacciatore di vecchie e La caccia al motociclista. In termini fantastici, proprio tendendo al massimo il paradosso, il concetto risalta di più, mi sembra. Quindi, penso che lei abbia ragione».

Vorrei sapere, ora, che cosa pensa del rinnovato interesse dei lettori e anche degli scrittori nei confronti della narrativa fantastica.

«Premesso che negli ultimi anni non ho seguito attentamente la produzione italiana, mentre prima ero nelle giurie del Viareggio e del Campiello e quindi dovevo esserne abbastanza al corrente; premesso ciò, devo dire che a me pare che il principale filone italiano sia ancora quello del realismo».

Non le sembra, quindi, che ci sia stato un simile mutamento di gusto?

«No, non mi pare. Del resto io, come scrittore fantastico, quale di solito sono considerato, e non me ne rammarico peraltro, sono sempre rimasto un po' fuori dal giro, in quanto tutta la produzione italiana del dopoguerra è sempre stata inserita nella corrente del realismo».

Vorrei fare un attimo marcia indietro e ritornare su un argomento accennato. E cioè: qual è il motivo del suo allontanamento dalle giurie di due dei principali premi italiani? Se n'è parlato molto.

«Per un motivo esclusivamente di onestà: non ero in grado di leggere tutti i libri, e per fare il giudice seriamente bisognava leggerli. Non c'è stata da parte mia alcuna polemica, né ho mai avvertito, sarò scemo, tutti quegli intrallazzi di cui si è parlato».

Può specificare?

«Sì, tutte queste pressioni degli editori, per esempio... Il tale che è un mio amico e dice: Senti, se tu appoggi questi libri.... Per carità, sono cose che non mi sono mai capitate».

Qual è il suo parere su quegli scrittori che si autodefiniscono «impegnati»? Politicamente, s' intende...

«Padronissimi di essere impegnati. Ma ritenere che oggi un artista debba necessariamente essere impegnato politicamente, per me, è un'idiozia. Lo scopo di un artista è per prima cosa la poesia, e la si può raggiungere tanto con libri come Il primo cerchio o Buio a mezzogiorno, quanto con opere in cui la politica, i contrasti ideologici o cose del genere non sono neppure sfiorate».

Se ho ben capito, a giudizio di Buzzati si può essere «poeti», e quindi veri scrittori, con opere sia «politiche» sia puramente fantastiche e «disimpegnate».

«Esattamente. A meno che per impegno non si intenda l'onestà artistica...»