Céline, Sartre, Pasolini Ecco il Pantheon del «filosofo» Gaber

In «La magnifica illusione» la storia del cantautore che negli anni Settanta cambiò la canzone italiana

Milano, una sera del 1957 al Santa Tecla, uno dei primi ritrovi artistici cittadini insieme alla Muffola e all'Intra's Derby Club (perché agli esordi il Derby era un locale di jazz con direttore artistico il pianista Enrico Intra)... Si esibisce la cantante Vanna Ibba accompagnata dal gruppo beat dei Giullari. Il pubblico chiede a gran voce Be Bop a Lula ma la Ibba non la conosce.

Allora si fa avanti il chitarrista della band, un magrettino con il nasone, e la canta e la suona in puro rock'n'roll scatenando l'entusiasmo del giovane pubblico. È l'esordio ufficiale di Giorgio Gaber, che dimostra subito la duttilità, l'estro e il genio creativo e improvvisativo dell'artista.Quel Gaber così amato da un pubblico trasversale, così geniale nello sviscerare il suo personalissimo pensiero politico e sociale così come le canzonette (apparentemente) goliardiche come Il Riccardo e Torpedo blu (significativa l'uscita, nel 1970, di due album come Barbera & champagne e Sexus et politica, agli antipodi tra loro). Esuberante presentatore televisivo negli anni '60 - ai tempi in cui Dario Fo e Franca Rame furono buttati fuori da Canzonissima - anticipatore dei tour teatrali con Mina, inventore del teatro-canzone, artista caustico e irriverente che mette il dito nelle piaghe politico-sociali dei nostri tempi, Gaber ha vissuto la sua stagione più creativa negli anni Settanta e per questo Nando Mainardi gli ha dedicato l'interessantissimo saggio (con prefazione di Paolo Dal Bon, presidente della Fondazione Gaber) La magnifica illusione. Giorgio Gaber e gli anni '70 (VoloLibero).

Gaber, per inventare il teatro-canzone ha recuperato le sue radici legate al «recitar cantando», tipico dei locali milanesi alternativi degli anni Sessanta. In particolare, Gaber e Enzo Jannacci «hanno saputo unire l'attività canora e musicale ad un'idea di intrattenimento più ampia, di cui l'esecuzione delle proprie canzoni rappresenta solo un tassello». Il Signor G (dall'omonimo spettacolo, dall'impianto simile a quello degli chansonnier) poi segue una strada simile a quella di De André nel superare gli angusti limiti della canzoncina di tre-quattro minuti. Entrambi viaggiano verso la caratterizzazione della canzone come oggetto culturale, politico e sociale. De André «supera» la canzone rimanendo all'interno del mercato discografico, trasformando i dischi in un unicum (come La buona novella ispirata ai Vangeli apocrifi e Non al denaro, non all'amore né al cielo che parafrasa l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters).

Gaber non rompe definitivamente col mondo della canzone, ma opera un cambiamento molto più radicale, e non è un caso che da allora non inciderà più dischi in studio ma solo tratti dagli spettacoli dal vivo.Diventano quindi fondamentali - nella formidabile accoppiata composta da Gaber e dal fido autore Sandro Luporini - i riferimenti letterari e il suo pantheon personale che vede in prima fila Céline, Sartre e Pasolini. Per lo studioso Mauro Germani la prosa di Céline rappresenta «un modello espressivo di riferimento, come una sorta di partitura da rielaborare e reinventare in modo autonomo. La costruzione sintattica delle frasi, le sospensioni improvvise, le allusioni, le espressioni gergali, il ritmo del periodare dimostrano un assorbimento non gratuito della sua espressività». Sartre non influisce esplicitamente sull'opera di Gaber, ma è un punto di riferimento perché «scava all'interno dei protagonisti rivelando le paure, le contraddizioni, le menzogne, i deliri che si nascondono in loro stessi, senza psicologismi». Il Pasolini polemista degli Scritti corsari che tuona contro il consumismo, l'omologazione culturale, il volto avido del potere, saranno lo spunto per opere come Libertà obbligatoria e Polli di allevamento. Non mancano poi, in spettacoli come Far finta di essere sani e Anche per oggi non si vola, i riferimenti all'antipsichiatria di Laing e Cooper. È da questo substrato e dal suo pensiero «libero» che Gaber, partendo dai vagiti del '68 che politicizzano la canzone, arriva a criticare pesantemente il Movimento e il Pci, come fa in brani come La realtà è un uccello.

«Io e Giorgio sentivamo - ricordava Luporini - che eravamo sempre indietro su una realtà che non poteva essere affrontata con l'organizzazione di un partito politico o con le feste popolari, trasudanti bandiere, retorica e tornei di scopone scientifico».

Commenti

piave1963

Sab, 02/04/2016 - 11:11

Il più grande di tutti , capace di innalzare la centralità dell'uomo e della coppia in un momento in cui si parlava solo di collettivo e di massa. Riascoltando oggi le sue canzoni e i suoi testi non si può fare a meno di dire che aveva già anticipato i tempi e capito tutto . Una lezione universale.

Ritratto di Giano

Giano

Sab, 02/04/2016 - 15:21

Ho l'impressione che molti di quelli che osannano Gaber (specie a sinistra) non lo abbiano capito. Se lo avessero capito non applaudirebbero, anzi si vergognerebbero di esistere; perché il primo bersaglio dei suoi testi è proprio quel popolo di omologati al pensiero unico dominante che oggi ne fa un mito. Curiosamente, sono gli stessi che esaltano anche Pasolini. La cosa buffa è che non hanno capito né Gaber, né Pasolini. Sono quelle anime semplici che, nelle fiere paesane, entrano nel padiglione degli specchi deformanti e, vedendosi riflessi, ridono: ovviamente ridono di se stessi, ma non se ne rendono conto. Allo stesso modo applaudono Gaber senza capire che essi stessi sono i protagonisti dei suoi monologhi: sono davanti ad uno specchio, ma non si riconoscono. Anche questa è una prova della stupidità umana