La caccia al fascista divampò sanguinaria e senza logica dopo il 25 aprile

Matteo Sacchi

È in edicola da oggi con Il Giornale (a 9,90 euro più il prezzo del quotidiano) il nono volume della Storia della guerra civile italiana 1943-1945 scritta dal giornalista Giorgio Pisanò (1924-1997). In questo volume, come al solito arricchito da una imponente messe di fotografie d'epoca, prende in esame alcuni dei momenti più cupi della fase finale della Seconda guerra mondiale in Italia. Largo spazio è dato ad esempio all'uccisione dei gerarchi fascisti a Dongo e anche ai fatti di Piazzale Loreto a Milano.

La parte più interessante del volume è però quella che racconta, passo passo, località per località come si svolse la caccia al fascista in tutto il Nord Italia. Nel solo Piemonte, secondo Pisanò, restarono uccisi 8mila fascisti e presunti tali. Il tutto avvenne in una guerra civile frammentata e folle. Dove gli scontri con gli ultimi che resistevano nel nome della Rsi si mischiavano ai regolamenti di conti che poco avevano a che fare con la politica, agli errori di persona o ai processi sommari. Che potevano condurre a esiti diversi a seconda di chi li conduceva. Una situazione di caos e violenza in cui gruppi armati come la «Polizia del popolo», nel comasco, spadroneggiavano e di cui gli Alleati o i membri moderati del Cln non riuscivano a venire a capo. Spesso la sola speranza per i reparti della Rsi era aprirsi la strada con le armi sino ai reparti alleati per arrendersi, come fece la Legione Tagliamento. Ma anche così c'era il rischio di essere trucidati una volta liberati.