"A cambiarci la vita è rimasto il romanzo"

Lo scrittore americano parla di «Città in fiamme», caso letterario dell'anno: «Pensavo fosse impubblicabile»

Lui è simpatico. Garth Risk Hallberg, lo scrittore più chiacchierato dell'anno, «quello dell'anticipo da due milioni di dollari» (per un romanzo d'esordio), acclamato dal New York Times, accusato da altri di essere un blockbuster, forse pure un po' invidiato per via di tanti soldi e appellativi e accenni al «grande romanzo americano» (sarà il suo?, non lo sarà?), insomma l'autore di Città in fiamme, mille pagine sulla New York del Grande Blackout del 1977 e dei bad old days, è un ragazzo americano di 37 anni con la camicia azzurra e l'aria di bravo studente del college. In effetti, dice ai giornalisti in un hotel in centro a Milano, «era dai tempi del colloquio per l'università che non mi sentivo così», a rispondere alle domande sul suo romanzo, che in Italia è pubblicato da Mondadori. «Beh, non avevo mai visto l'edizione italiana, certo è pesante...» dice tenendo in mano il suo librone.

Qual è il potere del romanzo?

«Per me il romanzo è uno degli ultimi posti, degli ultimi rifugi, nel mondo contemporaneo, per il mistero. Non quello del tipo: chi ha ucciso il tale o rubato qualcosa, ma nel senso che affronta il grande mistero, che non ha risposta».

Nel libro dice che il romanzo ci può «insegnare qualcosa. Su qualunque argomento».«Alcune delle riflessioni sull'arte, inclusa la letteratura, e su quello che può fare, sono un modo per prendermi in giro. Nei due anni di redazione del libro, sapevo che sarebbero state 900 pagine e pensavo fosse impubblicabile... Un progetto folle. Così ho fatto un po' di ironia su questa persona così pazza che stava scrivendo un romanzo impubblicabile: un modo per autogestire la mia ansia, l'impronta del matto, diciamo».

Però il romanzo ci insegna qualcosa? Ha un ruolo?

«A livello personale, l'arte, soprattutto il romanzo, sia nel leggerlo sia nello scriverlo, su di me esercita un cambiamento, dal quale non si può tornare indietro».

È sempre stato così?

«Sono cresciuto in campagna: da bambino mi sentivo fuori posto, alienato. Avrei potuto prendere delle direzioni oscure, come fanno alcuni dei personaggi del libro, però poi ho trovato la mia casa nella lettura, nella musica, nel guardare i dipinti. E tutto questo mi ha cambiato come persona, nella direzione di una maggiore empatia verso gli altri».

Per esempio?

«Ecco, questa notte sono rimasto fermo quattro ore all'aeroporto, a Barcellona, prima di venire qui. La persona al check in non voleva cambiarmi il biglietto e io, beh, dopo un po' ho pensato: lo uccido. Ma poi ho pensato: ho letto Jane Austen, George Eliot, Svevo, che amo tanto... Anche per lui la vita sarà difficile, come per me».

La scena che più rappresenta il libro?

«Verso la fine, quando Charlie, uno dei ragazzini del libro, che ha sofferto per la morte del padre, esce dalla seduta dal terapeuta e si sente incompreso, ce l'ha con tutti. Poi, per quella serendipity magica di New York, incrocia Samantha e lei gli dice: Chi vuole abbandonare tutto questo?, indicando il mondo intorno, i ristoranti, la musica, la gente, tutti i collegamenti possibili. E lui, per la prima volta, sente il suo cuore che si risolleva».

Il potere di New York?

«È quello che ho sentito la prima volta che sono arrivato a New York, a 17 anni. Un posto che permettesse il massimo del cambiamento, un cambiamento senza fine».

Dei tanti personaggi, chi è?

«Sono stato fortunato: in tre minuti ho immaginato i personaggi principali del libro, una sorta di loro avatar. Poi però il mio lavoro, per sei anni, è stato riuscire a trovare il modo di diventare ciascuno di loro, almeno i nove principali».

E come ha fatto?

«Ho letto libri di recitazione, quelli del metodo Stanislavski. In particolare il primo, An Actor Prepares, dove spiega che non puoi immedesimarti al cento per cento, non puoi sapere tutto del personaggio. Devi trovare il punto in cui la memoria e le emozioni, le tue e le sue, si incontrano: un ponte immaginario».

Perché, come protagonista, ha scelto la New York a cavallo fra il 1976-77?

«La verità è che credo che mi abbia scelto, anche se suona un po' mistico. In quei tre minuti magici in cui ho immaginato il libro, l'ho visto come il tempo e il luogo che in qualche modo rispecchia quelli in cui sto vivendo. A posteriori, certo, ci sono dei motivi».

Quali?

«Mi sono formato nella cultura e nell'arte di quel periodo. Il punk, i graffiti, l'hip hop, l'arte contemporanea: tutto emerge da poche miglia quadrate di cemento distrutto e caos. Quando avevo l'età di Charlie, negli Usa c'era chi parlava di fine della storia, e la tessitura dell'esistenza era diventata come una seta: niente più tensioni, niente contraddizioni, e il successo inarrestabile del mercato azionario...».

E poi...

«E poi, dopo l'11 settembre, la trama della nostra esistenza s'è intessuta di ansia, una crisi dopo l'altra, con la gente che dice: non possiamo andare avanti così. Ecco, a me interessava capire l'umore e il caos dei nostri tempi. La sensazione è che, quando tutto è in crisi, allo stesso tempo tutto diventi possibile, come per miracolo».

Perché usa tanti stili diversi nel romanzo?

«Per me New York era tutto, da ragazzo: la liberazione, le possibilità, l'orizzonte. Come una grande opera d'arte, sembrava rendere tutto possibile. Se fossi stato più bravo, avrei trovato un altro modo per evocarla, ma io ci sono riuscito solo così, in prosa, e in un lasso di tempo breve dovevano starci: molti personaggi, da molte parti della città, che dovevano essere connessi in modi diversi e, anche, perdere quelle connessioni, disconnettersi. Questo romanzo per me è stare dentro la città: e, come la città, deve avere una moltitudine di stili e livelli, che però dovevano trovare un'unità... sembrava impossibile anche a me».

A un certo punto dice: «Scegliere non è essere liberi... in America possiamo dire quello che vogliamo perché sappiamo che non fa differenza». Che significa?

«Ho preso qualcosa in prestito da Philip Roth. Dopo la guerra fredda, l'impero americano si è diffuso a 360 gradi e l'idea di libertà era un po' parallela a quella di shopping: se avevi tante opzioni, per esempio cento cereali per colazione, allora eri libero. Ma per me non è così e mi sono chiesto: qual è la vera libertà, e come ritrovarla?»

Qual è la speranza nel suo libro?

«Trovare un senso vero, profondo di libertà, del fatto che le scelte che compiamo hanno un significato e trovare un senso alla nostra connessione con le altre persone, al fatto che siamo collegati gli uni agli altri. Due cose che, di fronte a tante crisi, sopratutto l'11 settembre, sono inevitabili».

Ascolta ancora il punk?

«Certo. E non è archeologia come qualcuno pensa. A Washington negli anni Novanta c'era una grande band punk, i Fugazi. E mia cognata fa punk...»

Si sveglia ancora alle 4.30 per scrivere?

«Ora no. Ma, appena finisco il tour del libro, devo riprendere».