Il canto libero di Mango si spegne sul palco. La morte è un caso social

Un infarto stronca l'artista durante un concerto. Le ultime parole: "Scusate". Era diventato celebre con "Oro" rivelandosi un raffinato innovatore

Forse è tutto lì, forse Pino Mango era quella parola che è stata la sua ultima: «Scusate». Il garbo esistenziale. Il pudore della propria arte. È morto l'altra sera, fresco sessantenne, mentre sul palco del Pala Ercole di Policoro in provincia di Matera stava iniziando la sua canzone più famosa, Oro , scritta trent'anni fa con la collaborazione di Mogol. Il malore. I soccorsi. La morte. Per un artista davvero votato alla musica, morire dentro la musica è il sogno più doloroso e perfetto. E mentre corrono i titoli di coda della sua vita, con le parole sincere di amici cantanti come Pausini e Morandi, si afflosciano per fortuna i luoghi comuni che talvolta lo hanno accompagnato: cantante troppo manierista, demodè, legato a stilemi esageratamente accademici.

In realtà è difficile incontrare un artista più attento ai dettagli, quasi maniacale, felice di quei piccoli particolari che hanno trasformato i suoi dischi in autentici tesori della musica leggera italiana. La sua carriera inizia a metà anni Settanta e parla da sola sia come autore per Patty Pravo, Loretta Goggi, Loredana Berté, Andrea Bocelli o Mietta sia da solista con brani scritti con Mogol (oltre Oro , anche Nella mia città e la sontuosa Mediterraneo ) e Lucio Dalla (Bella d'estate) o Pasquale Panella che ha firmato per lui anche La sposa del 2011. Dopotutto era impossibile rimanere indifferenti ascoltando quella voce che sapeva salire ai toni acuti, potenti ma rotondi del semi falsetto ma aveva radici ben piantate in bassi e medi quasi tenorili. Un miracolo. Come lo era la cura per la sua musica che pure l'ultimo disco L'amore è invisibile conferma al cento per cento: «Ho cantato canzoni di Sting, U2 o De André e sapessi quanto è stato difficile accostarmi alle composizioni di altri autori cercando di cantarle in modo nuovo senza mancar loro di rispetto».

Dopotutto la sua strada da Lagonegro, provincia di Potenza, dove già a sette anni cantava blues e hard rock fino ai Festival di Sanremo (sette volte da cantante, due da autore) è stata scintillante per eleganza e talvolta sottovalutata dal mercato, attratto sempre più dagli squilli della moda che dagli acuti del talento. Forse a lui, Giuseppe Mango classe 1954, questa irrispettosa discrasia piaceva poco, magari ne soffriva. E senza dubbio gli sarebbe piaciuta pochissimo, anzi avrebbe detestato, la pubblicazione compiaciuta e integrale di quel video traballante con i suoi attimi fatali, l'attenzione degli assenti, il volto sgomento dei suoi musicisti. Sui social (Twitter in testa) è partita la carica infuriata di chi no, proprio no, quelle immagini avrebbero dovuto rimanere il ricordo pietoso e atterrito di uno spettatore e non il volano di commenti pelosi o addirittura infami. Purtroppo la fucina dei social è spesso anti social. Il vero Mango, quello che accendeva gli occhi parlando di musica, si trova nelle parole di Mogol («La sua morte una sassata») o di Caterina Caselli («Lui rendeva unico tutto ciò che cantava») e nelle canzoni magari più appartate e sconosciute come Il rifugio (da La terra degli aquiloni ) o Ma che musica c'è (da Sirtaki ) che sono autentici gioielli d'interpretazione, cesellati e credibili, veri punti di riferimento per chiunque abbia deciso di cantare in italiano conservando aperte le porte dell'originalità.

E allora, nel giorno triste dell'addio, di quest'uomo dolce e sincero, innamorato da sempre della moglie Laura, rimane la passione furiosa per l'andare oltre e per lo scendere il più profondamente possibile nel mare della musica senza annegare nelle banalità. A lui veniva spontaneo e pazienza se qualcuno non se ne è (ancora) accorto.