Capolavori di Mozart da Glyndebourne

Narra Rudolf Bing, leggendario sovrintendente del Met, allora giovane tuttofare (responsabile produzione, biglietteria, trasporti e contratti) del neonato Festival di Glyndebourne, che il patron John Christie si occupava anche di strappare i fili d'erba fuori posto. A un americano che gli domandava come fosse riuscito a ottenere un prato così immacolato, rispose: «È facile, basta falciarlo per duecento anni». «Questo senso della qualità, la preferenza del vero aristocratico per la perfezione, circondava tutti a Glyndebourne», sottolineava Bing. Mentre in questo periodo estivo i gentiluomini tornano a sedersi su quel prato per l'irrinunciabile picnic fra gli atti di Traviata, Don Pasquale e Clemenza di Tito, un cofanetto Warner raccoglie cinque capolavori di Mozart, made in Glyndebourne, che hanno rivoluzionato il modo di fare l'opera in Inghilterra (registrati prima e dopo la guerra). Merito di Fritz Busch, «grande direttore, uomo di coraggio, persona retta, gentile, piena di calore umano e cordialità.» A quasi settantacinque anni di distanza quel Mozart rimane un miracolo in equilibrio fra leggerezza e drammaticità. Nelle parole di Bing par vedere «Busch al lavoro con l'orchestra, con il suo tipico misto di energia e cortese ironia alla prima prova aveva alzato la bacchetta, poi aveva lasciato cadere le braccia lungo i fianchi e senza che una nota fosse uscita da nessuno strumento in tono di rimprovero aveva esclamato, nel suo inglese stentato e marcato: È già troppo forte».