Cartarescu: "La mia Romania è un inferno pieno di mostri"

Lo scrittore, cresciuto sotto la dittatura di Ceausescu, racconta il comunismo di ieri e la sfiducia di oggi

La caratteristica di un premio dedicato alla letteratura internazionale dovrebbe essere quella di trovare autori che abbiano qualcosa di diverso da dire sulla propria identità nazionale. A partire da scrittori che nell'identità suddetta non credono affatto. Il premio Gregor Von Rezzori, arrivato al decennale che si celebra in questi giorni a Firenze, ci è riuscito. I finalisti di quest'anno, l'haitiano Dany Laferrière (&66th&2nd), l'americana Lorrie Moore (Bompiani), l'etiope Dinaw Mengestu (Frassinelli), la cinese Yiyun Li (Einaudi) portano in concorso opere che esplorano, attraverso il terremoto di Haiti, i disorientati Stati Uniti post 11 settembre, i sogni infranti della rivoluzione africana o il presente rimodellato dalla memoria della strage di Tienanmen, i semi inconfondibili di un'appartenenza geografica e storica prima che culturale. Fa eccezione il quinto della lista, uno scrittore più volte candidato al Nobel, finalista ora anche allo Strega europeo, pluripremiato in Mitteleuropa eppure in generale poco noto in Occidente, uno scrittore che al momento in patria, la Romania, gode della popolarità di una rockstar.

Si chiama Mircea Cartarescu, è nato a Bucarest nel 1956, lo pubblica Voland, che di lui ha portato in Italia dal 2000 ad oggi Travesti, Perché amiamo le donne, Nostalgia, la trilogia Abbacinante, ovvero L'ala sinistra, Il corpo (opera per cui è candidato al Von Rezzori), e L'ala destra (in uscita il 9 giugno) e all'identità nazionale crede meno che ad altre: "Mi sento un europeo esiliato in Romania. Europa tuttavia è un concetto che si estende più nel tempo che nello spazio e consta dell'intrecciarsi unico fra la cultura classica greca e lo spirito giudaico. È singolare che questa identità europea si basi su due persone che nella loro esistenza non hanno mai scritto nemmeno un rigo, Gesù Cristo e Socrate, ma sulle cui spalle si reggono tutte le librerie del mondo". Eppure le 1.600 pagine totali della trilogia Abbacinante affondano nella storia rumena. Negli anni della dittatura, che hanno permesso, in maniera incomprensibile alle generazioni successive, la nascita di una stirpe di intellettuali di cui Cartarescu è massimo esponente: la cosiddetta blue jeans generation o "Ottantisti". "Il mio esordio è stato possibile perché, come tutto il resto, anche la dittatura in Romania è stata una realtà ambigua" ci spiega Cartarescu. "Nemmeno il totalitarismo da noi si è potuto realizzare fino in fondo. Esisteva la censura, ma zoppicante e deficitaria: su tutto era possibile negoziare. Molti censori erano loro stessi scrittori e dunque avevano ottime ragioni per lasciare aperte porticine che, nonostante le pagine amputate, hanno permesso la pubblicazione di libri molto buoni. Con L'ala destra mi sono per la prima volta immerso nella storia rumena per esprimere tutta la rabbia che provo verso coloro che hanno rubato la mia gioventù. Il romanzo è una radiografia del comunismo rumeno e una immagine caricaturale della rivoluzione, l'inferno della mia trilogia. Un inferno pieno di mostri in cui il posto principale spetta a Ceausescu".

Lo stile alla Swift di Cartarescu, il tono grottesco e insieme fantastico rappresentano proprio l'eredità di una cultura nazionale. Gli echi simbolici e sacrali di Mircea Eliade, della surrealtà di Eugène Ionesco, della purezza fantasmatica e primitiva di Brancusi sono presenti e "velano" solo in parte quell'energia engagé da Novecento che Cartarescu emana suo malgrado: "In Romania il ruolo dell'intellettuale è ancora molto importante. Si tratta di figure pubbliche, formatori di opinione, di fatto dei moralisti. Smascherano la corruzione, danno sostanza etica alla nostra vita nazionale e perciò vengono attaccati dalla classe politica attraverso la tv. Per dieci anni ho avuto una rubrica fissa in uno dei maggiori quotidiani rumeni e ho subito ritorsioni, calunnie, ricatti da parte di conservatori e tradizionalisti. La gente? Crede che gli intellettuali siano professorini e in fondo li odia. Li teme, come gli alunni temono il docente".

Fin qui la storia. Ma nella sua scrittura quanto mette di Mircea Cartarescu, quanto c'è di biografico? "Un grande scrittore romeno diceva: Il poeta, come il soldato, non ha una sua vita privata. Ognuno di noi sente di essere il centro dell'universo, sicché io non credo che la vita privata di uno scrittore sia rilevante per la sua opera. Se ho un ricordo di me, è con un libro in mano. Io di diverso dagli altri non ho tratti personali, ma uno stile. Con il quale voglio restituire un'immagine del mondo come l'ho conosciuto". Ora vedremo, proclamazione domani sera a Palazzo Vecchio, se questo stile vale, se non il Nobel, almeno i 10mila euro destinati al vincitore dalla Fondazione Santa Maddalena.