Dal caso Aldrovandi al pentito Buscetta la fiction è più reale

Pistole che sparano, bombe che scoppiano, auto che saltano, palazzi che esplodono... Se sui canali Mediaset v'imbattete in qualcuno dei suddetti, adrenalinici «effetti speciali», nove su dieci avete incrociato una fiction della Taodue. Ovvero della casa di produzione che, sotto la guida di Pietro Valsecchi e Camilla Nesbitt, da dodici anni semina i palinsesti Mediaset di sparatorie mozzafiato, sgommanti auto della polizia e brividi del genere «action», come Ultimo, Distretto di polizia o RIS. «Negli ultimi cinque anni - calcola soddisfatto Alessandro Salem, direttore generale dei contenuti Mediaset - 250 serate di fiction della Taodue hanno totalizzato sui nostri canali, e presso il pubblico compreso fra i 15 e i 64 anni, una media d'ascolto del 24 per cento. Per dare un'idea del successo di questi prodotti, basti dire che la media dell'intero Canale 5 viaggia sul 16 per cento».
Facile comprendere, allora, perché il futuro carnet della Taodue rigurgiti di fiammeggianti scontri con la malavita e di torbidi intrighi camorristici: «Il filone mafioso, unito a quello delle indagini scientifiche, è infatti quello che più tira all'estero - informa Camilla Nesbitt (sorvolando sulle possibili connotazioni negative del dato) -. Così, dopo aver piazzato le nostre serie in tutta Europa, recentemente abbiamo venduto in Francia i diritti di remake di Squadra antimafia, e in America di RIS».
Tutti sullo stesso genere, dunque, i prossimi titoli. Presto al via le riprese di Buscetta, che per la regia di Alexis Sweet, vedrà Pierfrancesco Favino negli scomodi panni del più celebre «pentito» nella lotta contro la mafia. «In due puntate, girate in inglese per il mercato internazionale - spiega Valsecchi - ripercorreremo la storia dell'uomo che, dalle vette di Cosa Nostra all'amicizia con Giovanni Falcone, collaborò a smantellare la cupola degli anni 80 e 90». Sempre legati al mondo della polizia saranno gli otto episodi di Squadra mobile, «il resoconto di quanto fanno ogni giorno per noi tanti anonimi eroi in divisa - racconta l'autrice Barbara Petronio -. Puntando però più sull'emotività che sulle indagini; aprendo più al privato che al pubblico nella vita dei tutori dell'ordine».
Dall'omonimo giallo, pubblicato postumo, del capo della polizia Antonio Manganelli, verrà tratto il tv movie Il sangue non sbaglia: «Conoscevo personalmente Manganelli - racconta Valsecchi -. Aveva mente e cuore. Ero certo che il suo protagonista, l'ispettore Galasso, gli somigliasse molto. E fosse, per questo, un gran protagonista». Una lunga serie da dodici episodi con Simona Cavallari e Giuseppe Zeno, Le mani dentro la città, affronterà un altro bruciante argomento di cronaca a sfondo malavitoso; «e mai trattato, finora, da una fiction. La penetrazione della 'ndrangheta a Milano. Il modo in cui le associazioni criminali stanno riuscendo a inserirsi nella crisi, e nella de-industrializzazione, patite dal capoluogo lombardo».
Ma i due titoli che maggiormente sembrano staccarsi dallo stile della Taodue - e per questo sollevano maggiori curiosità - sono Fogar e Il caso Aldrovandi. Al primo, ha collaborato la figlia del grande esploratore e navigatore, Francesca: «Molti volevano girare un film sulle avventure di mio padre in mezzo al fascino e ai pericoli della natura. Ma la Taodue ha presentato il progetto più accurato e ambizioso. Anche economicamente». Il «protagonista ideale» per dare volto alla temerarietà (e alla sofferenza della malattia finale) di Ambrogio Fogar, per Valsecchi sarebbe Kim Rossi Stuart.
Protagonista de Il caso Aldrovandi, invece, sarà Patrizia, madre di Federico, lo studente diciottenne che la notte del 25 settembre 2005, a Ferrara, rimase ucciso durante un controllo operato da quattro agenti di polizia. Solo il coraggio e la forza di Patrizia hanno condotto alla scoperta della verità: Federico era stato ucciso proprio dagli agenti, che per questo sono stati condannati a 3 anni e 6 mesi di reclusione. «Questa fiction sarà un contributo alla giustizia - ha commentato la signora Aldrovandi- Anche l'arte può essere uno strumento per sciogliere gli ultimi dubbi ancora legati alla morte del mio ragazzo. E per spiegare a tutti cosa accade quando chi è preposto alla protezione dei cittadini ne diventa, invece, il carnefice».