Il caso di un autore fuori dai salotti, ma diventato di culto

Lo vado a prendere alla stazione. Capelli lunghi, sembra un Edgar Allan Poe cresciuto a tradurre hardcore in pellicole per puritani. Ha occhi che grondano compassione. «Sono un isolato, fondamentalmente», mi dice. Sembra saper custodire e riscattare tutte le abiezioni. Nel 2009, a 46 anni, Leonardo Bonetti, romano, insegnante alle scuole medie, diventa scrittore. Pubblica un libro sublime e rètro, Racconto d'inverno, per l'editore Marietti, che fa, volutamente, il verso a Tommaso Landolfi (autore del micidiale Racconto d'autunno), cita Stalker di Andrej Tarkovskij e ha un incipit di squillante bellezza, «Ora non so più. O forse non l'ho mai saputo. Non so perché o da quanto, da chi e per quali fini». Il romanzo, proprio per la sua scrittura screziata e fuori tempo, squarcia il mondo piccolo-borghese della critica letteraria: è tra i dieci libri dell'anno per Il Sole 24 Ore, preferito a Roberto Saviano, Margaret Mazzantini e Millennium di Stieg Larsson. Sei il Vivaldi della letteratura italiana, sfotto Bonetti: in un gorgo di bulimia autoriale escono Racconto di primavera (2010) e Racconto d'estate (2012). L'autunno è ancora tabù. Scarcerato dall'isolamento, Bonetti diventa un autore «di culto», hai i baroni dalla tua parte, lo sfotto. Walter Pedullà, esimio critico, lo presenta a destra e manca come un talismano. «La scrittura è sconfinata, non può prescindere dal dolore e dalla solitudine», dice lui, difendendosi. E nel 2012, per un piccolissimo editore (Sigismundus di Ascoli Piceno), sigilla la sua opera con A libro chiuso, una silloge di pensieri, come lamine orfiche, che disintegrano l'utopia degli autore impegnati, «realisti» ("Non esistono storie vere, solo storie di verità»), riportando in auge l'epica dello scrittore scarnificato, con costole simili a endecasillabi, che vaga nei «campi deserti o immerso nella folla con l'animo di chi tutto ha perso». Bonetti pare una divinità infera di William Blake, uno evocato dalle schitarrate degli Iron Maiden. L'altra faccia di Bonetti, infatti, è quella del cantautore dark: trent'anni fa, tra fumi gotici e alchimia progrssive, fonda gli Arpia. Per l'editore Italic (ex Pequod) Bonetti ha da poco pubblicato Una storia immortale, ed è, ancora, una discesa nelle perversioni dell'epoca. «Lo scrittore deve arretrare dall'io. Non scrivere mai di sé, mettersi in ascolto», dice, e il frontman heavy metal sembra mutarsi in Osho. In sacca, ha una traduzione formidabile de Il libro di Daniele, musicata. Forse la pubblicheranno. La provvisorietà è il mantra di un grande scrittore. Ma cosa bisogna leggere in questo tempo infame? «Giuseppe Mazzaglia, il Ricordo di Anna Paola Spadoni. Vivente, ha 88 anni, un tempo idolatrato, autore di soli quattro romanzi, torbidi e barocchi, è stato dimenticato perché troppo complesso». Il desiderio di tutti.