Castelnuovo Tedesco, il genio semi-ignoto

Il trascorso Giorno della Memoria, in suffragio dell'Olocausto, ci ha portato ad ascoltare con maggiore attenzione i due pregevoli Quintetti per pianoforte e archi, opere del compositore, oggi semi-ignoto, Mario Castelnuovo Tedesco (1895-1969), incisi a Vienna da Massimo Giuseppe Bianchi e dal Quartetto Aron (Cpo). Oblio causato non solo dalle leggi razziali che lo costrinsero nel 1939 a lasciare l'amatissima Firenze, le luminose colline di Usigliano di Lari e la colonia marino-artistica di Castiglioncello, sradicando ma non recidendo un amore profondo (testimoniato dagli autori che intonò, Machiavelli, Redi, Savonarola, Palazzeschi). Natura pianistica fuori del comune («una scienza infusa», la definì il gran critico Fedele d'Amico), nell'esilio d'America fu stimatissimo come compositore da Toscanini, Heifetz, Piatigorskij, scrisse tra le più importanti pagine della moderna letteratura per chitarra per Andrès Segovia, fu insigne docente a Los Angeles di allievi di gran talento (Previn, Goldsmith, Henry Mancini). Dopo la guerra, la preziosità serena e l'abbandono cantabile della sua musica incapparono nelle leggi speciali delle avanguardie. D'Amico profetizzò: solo quando si capirà che «la musica contemporanea non è una, quando si capirà che il non moderno fa parte della modernità, e insomma che siamo tutti nella storia, le cose migliori di Castelnuovo Tedesco saranno recuperate». Magari partendo dalle liriche shakespeariane o dal Mercante di Venezia, opera che piacque a un giudice severissimo e autorevole, Luigi Dallapiccola.