"Cerco sempre un ruolo in cui potermi perdere"

Protagonista in Pasolini, è comprimario in La spia, tratto da John le Carré: "Sul set lo scrittore ci teneva il fiato sul collo"

«Ad ogni progetto, il suo approccio», dice Willem Dafoe, il quale nella sua carriera ha avuto varie opportunità: da Martin Scorsese a David Cronenberg e Oliver Stone, il cinquantanovenne attore del Wisconsin ha messo la sua mascella quadrata e la propria versatile recitazione al servizio di molti ruoli. Di recente, l'abbiamo apprezzato in Pasolini di Abel Ferrara e in Tutta colpa delle stelle , dove faceva, tanto per cambiare, il duro: ne ha il fisico. Anche nel film presentato al Festival di Roma, La spia di Anton Corbijn (da ieri nelle sale), thriller politico tratto dall'omonimo romanzo di le Carré edito da Mondadori, e illuminato dall'ultima magistrale apparizione di Philip Seymour Hoffman, Dafoe incarna il pessimo banchiere inglese Tommy Brue. Un uomo ricco e solo, che intriga tra Amburgo e Berlino, cercando un riscatto.

Nel film lei ha il tragico privilegio di lavorare con Philip Seymour Hoffman, nel suo ultimo film. Com'era?

«Era un attore eccezionale, nato a teatro e tornato al teatro. Sapeva espandere il suo repertorio e non si dava arie. Solido e flessibile, emanava simpatia. I ricordi di lui, sul set, oscureranno per sempre il film: dal punto di vista emotivo, mi fa una strana impressione».

Aveva mai lavorato con Philip Seymour Hoffman, prima?

«No. Ho visto Philip a più riprese, nel corso degli anni: lo ammiravo, ma non lo conoscevo di persona. Anche se avevamo molti amici in comune, non ci siamo mai incontrati fuori dal set».

Protagonista del biopic Pasolini , lei in La spia ritrae un personaggio secondario. Qual è il suo metodo di preparazione?

«Penso alla responsabilità. Se in un ruolo piccolo pretendi troppo, magari concentrandoti sugli antefatti, non funzioni. Se in un ruolo ampio, insisti a dare il tuo apporto personale, non funzioni. Con Pasolini, ho convissuto a lungo, leggendo i suoi testi. In ogni caso, bisogna sapere qual è il tuo posto, all'interno della storia».

Non le secca essere abbonato a ruoli da cattivaccio, come il dottore di Tutta colpa delle stelle , che toglie ogni speranza ai malati terminali?

«In realtà, quel dottore è una persona compassionevole e trasparente. Sarà anche disturbato, però non coccola i ragazzi malati, ai quali tutti mentono. No, non mi secca fare il duro: cerco sempre un ruolo in cui perdermi».

Com'è, invece, il suo ambiguo banchiere Tommy Brue, che gestisce fondi neri in terra tedesca?

«Il più possibile fedele al libro di le Carré, che sul set ci teneva il fiato sul collo! Impossibile deragliare! Il mio personaggio è un viziato austro-inglese, che ha una certa reputazione. E vive all'ombra del padre».

Dal film si capisce che le spie sono cambiate, dopo l'Undici settembre. Che idea si è fatto di certi giochi internazionali post Guerra Fredda?

«Intanto, ad Amburgo, dove abbiamo girato, ho imparato molto sul mondo delle banche e del lusso. È una città particolare, poco usata dal cinema, ma dove gli accenti, le architetture e gli abiti t'ispirano. E avendo seguito l'affare Snowden, scoppiato dopo che avevamo chiuso il set, poi ho ripensato spesso all'attualità del mio ruolo e del film».