Ceronetti contro tutti con ironia

In "Per le strade della Vergine" lo scrittore spara a zero sul mondo di oggi Dalla Ue all'immigrazione, passando per i giovani, non risparmia nessuno

Va, pensiero, sull'ali schifate. E Guido Ceronetti, che da decadi ci avverte di quanto sia tragica l'attualità, consegna il suo ultimo zibaldone della ripugnanza, intitolato Per le strade della Vergine (Adelphi, pagg.278, 20 euro). Dov'è impossibile trovare tracce di una graduale evoluzione del suo pensiero: la visione metafisica dello scrittore torinese classe 1927, infatti, appariva già compiuta fin dai suoi primi saggi, nei quali ha sempre affrontato la condizione temporale come tortura e stortura dell'Essere.Fedele a questa visione, incentrata sulle aberrazioni che Ceronetti vede diffondersi nel mondo, stavolta arriva direttamente il flusso della sua coscienza, raccolto in oltre trent'anni di stesura saltuaria. Un libro leggibile in qualsiasi punto, per immersione casuale nel suo groviglio di tesori psichici, ma diviso in tre parti e infine interrotto, che affastella amori, cimiteri, sogni, amici, viaggi, cronache, graffiti e scene di vita quotidiana fra il gennaio 1988 e l'aprile 1998, lungo un vagabondaggio così personale da diventare ritratto del più particolare tra i protagonisti della cultura italiana. E intanto, mescolate alle immagini e alle storie, ci sfiorano risposte apodittiche tutt'altro che politicamente corrette. Punto di partenza (ma anche di arrivo) di questo libro è una lettera di Stendhal ad Albert Stapfer. «Gray diceva che chiunque poteva scrivere un buon libro, ed era semplicemente la storia della sua vita», recita l'epistola. E seguendo Ceronetti mentre così, semplicemente, campa, eccolo, alla stazione Termini di Roma l'autore ha preso tanti treni da poterne fare una vita di ferroviere - vivere l'impatto con «la torvità dello scemo tecnologico». È un tipo «occhiali neri. Orologio vistoso. Si mette la cuffia e legge Foto Music. Cerco di non guardare questo turacciolo che armeggia con le cassette». Ma è al Liceo M. (Mamiani?), ancora nella Capitale aborrita, che nell'ora di uscita gli si appalesa un'«umanità già segnata dal nulla ragazzi dei due sessi con le teste rase, o semirase, scatole vuote in movimento. Con quel che li aspetta, il nulla endocranico è la migliore difesa». Altro che il compatimento dell'inerme gioventù disoccupata... Qui occorre difendersi dall'assenza del pensiero degli altri, dalla «loro orfanezza di consistenza mentale», tra «abissi di Disperazione e d'Informazione». Per fortuna, a Roma, «invasa dalle malefiche zingare slave coi loro grappoli di ladruncoli partoriti o rapiti» vive l'amico Federico Fellini, «interrogato dalla polizia sui motivi di depressione del suo massaggiatore»,il giapponese Hideo che aveva fatto «harakiri». Nel suo studio a Corso d'Italia, il Mago di Rimini gli regala «il suo orrendo libro a fumetti con dedica affettuosa».Trascinando per l'Italia la sua pena, la vera orripilazione coglie lo scrittore a Firenze, «sudicia ogni oltre limite, di turismo, di droga, di piombo, di rumore, una brutta bestia chimerica urbana».

Tuttavia, è nel Sud che si trova «la massima riserva nazionale di disumanizzazione giovanile, la maggiore industria nazionale della Vittima». E ritorna l'orrore per l'accoglienza indiscriminata, intanto che l'emigrazione selvaggia diventa incubo d'Europa. «La mia natura è di diffidenza, e se fossi uno Stato sarei uno Stato diffidentissimo verso chi sbarca e a poco a poco forma dei gruppi, delle comunità durissime, impenetrabili. A volte penso che stiano piovendo qui, sulle nostre città, degli stormi serrati di becchini». Mentre erra di strada in strada, Ceronetti è colpito da uno strano graffito in cessi aretini: SEMPRE PIÙ VECCHI SEMPRE PIÙ MITI. E gli pare «l'esatta radiografia dell'Europa contemporanea»; meglio chiamare Cioran a Parigi, «da lui almeno niente menzogne sulla vecchiaia». Intanto, però, la patria resta brutta e cattiva: a Empoli bande rapiscono cani di razza per rivenderli ai torturatori, alla stazione di Chiusi un nordafricano si buca in fretta, mentre dei ferrovieri preoccupati cercano la siringa che ha buttato C'è che «la storia d'Italia (estesi crimini, qualche gloria, invasioni a non finire, guerre, canto, genio, chiesa e ancora chiesa) nel XX secolo cessa di essere storia e diventa cronaca criminale, malavita che soffoca la vita». Ci salverà forse la Costituzione, per taluni la più bella del mondo? «Un documento sciocco per il quale si stuzzica Dio perché garantisca che sarà rispettato da un pover'uomo senza vero potere, obbligato a inviare ai cittadini e alle Camere messaggi traboccanti di scemenze», cala la mannaia.In tanta amarezza, vedendo che «i fregnoni che governano ci hanno evirato col coltello del voto», Ceronetti, vegetariano convinto, cena con pere cotte, bietole e lenticchie. Né si fa mancare la presenza femminile, abbastanza assidua in una vita tendenzialmente solitaria: con Laurina vede film muti, con Barbara visita Cioran, con Vilma sogna. Sono donne pazienti, però piangono troppo: «amore e putrefazione, magistrale connubio». Quando muore Giancarlo Pajetta, «vissuto nella menzogna sempre, come i suoi compagni di partito», l'epitaffio è il ricordo d'una foto, a Milano, nel 1945, tra le rotaie del tram: «con Pajetta giovane, magro come Cassio, ci sono il grosso Amendola, il Togliatti e Luigi Longo: dalle facce, una banda di pericolosi delinquenti con il loro capo e mandante (e in realtà lo erano)». Niente «parcere sepultis», perché la più grande delle felicità è la disperazione.