Charlie Chaplin, quella stressante vacanza europea

Decise di salire su una nave, attraversare l'Atlantico e respirare nuovamente l'aria della sua Europa

Dopo sette anni di lavoro forsennato, Charlie Chaplin sentì per la prima volta il bisogno di una vacanza. I suoi primi sette anni a Hollywood erano stati un trionfo, ma ultimate le riprese di Il monello, lo «spettro dell'esaurimento nervoso» cominciò a perseguitarlo. Per uscire da quella impasse pensò di «svignarsela». Decise di salire su una nave, attraversare l'Atlantico e respirare nuovamente l'aria della sua Europa. Quel viaggio, siamo nell'estate del 1921, divenne un libro autobiografico, ora ristampato in Italia col titolo Viaggio in Europa (ed. Ripostes).

Chaplin dovette fare i conti, sin dalla partenza alla stazione di Los Angeles, coi contraccolpi della celebrità: una folla enorme venne a salutarlo, ma era solo un assaggio delle maree umane che nei giorni a venire non gli avrebbero dato tregua. Anche sulla nave gli importuni non mancarono, compreso un operatore che riuscì a filmarlo tutto il tempo, contro la sua volontà. Giunto a Londra, città nella quale aveva trascorso un'infanzia povera di cui comunque conservava un dolce ricordo, l'accoglienza fu così chiassosa da stressarlo. Riuscì a scappare dall'albergo in cui fan e giornalisti lo assediavano, prese un taxi e finalmente, solo con se stesso, arrivò nel Kennington che gli diede i natali. Furono momenti intensi ma di breve durata: troppi impegni lo attendevano, compresi gli appuntamenti coi grandi scrittori. Tra di essi James Barrie, che lusingò l'attore al punto da proporgli di impersonare Peter Pan in una riduzione cinematografica, e H.G. Wells, col quale discusse di vari argomenti, inclusa l'attualità politica internazionale. A tal proposito, l'autore di La guerra dei mondi decantava le potenzialità della Russia bolscevica. Sull'argomento Chaplin non si sbilanciava mai. Tanto meno in presenza dei giornalisti, che lo tallonavano nelle varie tappe della vacanza.

Dopo Londra arrivò a Parigi, dove captò un'allegria solo di facciata, dietro cui la città mostrava gli effetti psicologici della Grande Guerra. Dalla Francia giunse a Berlino, dove nessuno sapeva chi fosse perché i film di Charlot ancora non erano circolati. Pur cercando la tranquillità dell'anonimato, questa indifferenza dei berlinesi gli procurò «un po' di risentimento». Era pur sempre un artista, bisognoso di continue conferme. Conferme che, fuori dai confini teutonici, arrivavano puntuali. Come alla première parigina del Monello, trionfale al punto da farlo sentire «imbarazzato».

Il viaggio del piccolo vagabondo stava volgendo al termine. Al tirar delle somme, lo definisce un viaggio «meraviglioso» nel quale «le piccole noie erano come il condimento che dà maggior sapore al cibo».