Che spettacolo con Fresu e con il duo Wilson-Nash

Franco Fayenz

Umbria Jazz Winter sarà ricordata per tre concerti straordinari. Sono il duo di Steve Wilson sassofoni e Lewis Nash batteria; il duo di Christian McBride e John Patitucci entrambi contrabbassisti; e la grande orchestra di giovani italiani ma con Wilson, Nash e Jay Anderson contrabbasso diretta da Ryan Truesdell per l'interpretazione di due famosi dischi di Gil Evans con Miles Davis, Miles Ahead e Porgy & Bess. Cominciamo da questo perché l'unico solista di tromba e flicorno è stato Paolo Fresu, l'unico che in Italia e non solo poteva cimentarsi con un'impresa simile e uscirne vittorioso. Non ho mai sentito Fresu così perfetto. Grandi Steve Wilson e Lewis Nash, con la loro incredibile simbiosi che ha ragione di due strumenti che è sempre difficile pensare insieme. Ogni volta è sempre la prima volta. Qualcosa di simile si può dire per Christian McBride e John Patitucci. Ricordo che solo una volta, negli annali di Umbria Jazz, ci fu un'altra «battle» fra i due strumenti: accadde d'estate a Perugia e i protagonisti furono Stanley Clarke e Miroslav Vitous.

Ma c'è stata altra buona musica da segnare nell'albo dei ricordi migliori, e qui troviamo altri italiani di rispetto. Ancora una volta Paolo Fresu che si è inventato in apertura del festival Le Rondini e la Luna, cioè il jazz di Lucio Dalla e Fabrizio De André, avendo con sé Gaetano Curreri, Fabrizio Foschini e Raffaele Casarano, e subito ha ben disposto gli spettatori al successo. Poi ecco Around Gershwin di Giovanni Tommaso contrabbasso, Rita Marcotulli sempre più stupenda al pianoforte e Alessandro Paternesi batteria, una sana incursione nella musica di un autore che anche nel Duemila si stenta a capire del tutto quanto sia stato grande. E infine ancora il binomio di due strumenti difficili da conciliare tra loro, il pianoforte e la chitarra: ma ci riescono sempre mirabilmente Dado Moroni e Luigi Tessarollo, al seguito delle orme remote di Jim Hall e Bill Evans.

Orvieto ha offerto suoni di ogni sorta, tuttavia a un certo punto è d'obbligo fermarsi. Non senza rilevare, peraltro, che a chi sia refrattario a una certa musica è rimasta come sempre una possibilità meravigliosa: andare nella piazza più alta della Rupe, sedersi sul luogo apposito e guardare a lungo il magico Duomo. È il modo di capire perché quello sguardo valga un viaggio anche dagli antipodi del nostro Paese.