Chilton, ecco la vita da film del grande "perdente" rock

A sedici anni dominava le classifiche, a ventisei spazzava i pavimenti. La sua band sfornava dischi di culto rimasti invenduti. Fu riscoperto un attimo prima di morire 

Alex Chilton ovvero quando si dice una vita da film: leggendo la bella biografia scritta dall'amica/fan Holly George-Warren (A Man Called Destruction, pagg. 384, dollari 21,13, Viking Adult) viene da pensare che soltanto Hollywood potrebbe compiere il miracolo che non è riuscito alla vita vera: rendere celebre, o addirittura popolare, il cantante e chitarrista di Memphis morto a 59 anni nel 2010.
I Chilton sono una famiglia di antico lignaggio del Sud degli Usa. Alex nasce nel dicembre 1950, ultimo di quattro figli di Sidney e Mary. Sidney è un musicista jazz dilettante, Mary una stravagante protettrice di artisti. A soli sedici anni lo troviamo leader del gruppo di soul bianco The Box Tops e in cima alle classifiche di mezzo mondo con il brano The Letter. L'improvviso successo lascerà un segno indelebile sulla psiche del ragazzo Alex, che scopre sesso, alcol e droghe, una triade che lo accompagnerà fino alla fine. A vent'anni lascia il gruppo perché nel frattempo, fuori dal mondo antico del Sud, il rock si è evoluto ed è diventato qualcosa di nuovo e diverso dalla musichetta innocua dei Box Tops. Alex è un ventenne ma al contempo un veterano della musica, reso cinico dall'assurda routine a cui è stato assoggettato dall'industria discografica. Tra il 1971 e il 1974 fa parte di una band chiamata Big Star, con la quale mescola con precisione da farmacista Beatles, Rolling Stones, Byrds e Beach Boys. Oggi i Big Star sono Storia, ma all'epoca nessuno si accorge del loro passaggio. La band nasce dall'incontro tra l'ex celebrità Alex e il coetaneo Chris Bell, rampollo di una ricca famiglia di ristoratori e raffinato songwriter con l'ossessione per la musica inglese. I due si sentono i nuovi Lennon/McCartney e realizzano un disco fondamentale per il rock a venire, intitolandolo con ironia #1 Record («Disco numero uno in classifica»). In realtà rimane impilato nei magazzini del distributore. Bell abbandona subito il gruppo, comincia ad abusare di alcol e morirà dimenticato nel 1978 in un incidente stradale. Alex registrerà altri due album con i Big Star che avranno destini commerciali ancora più tragici dell'esordio. Nel 1975 ha ventiquattro anni e nessuno si ricorda più di lui. Nel 1977 arriva, squattrinato, a New York e partecipa all'esplosione del fenomeno punk con sgangherati concerti di revival rockabilly fuori contesto in locali come il CBGB's e il Max's Kansas City. Lui è pur sempre «quello che cantava The Letter». Il pubblico punk lo segue con un misto di reverenza e scherno. A 26 anni è un'ex stella del rock mentre il rock sta per essere preso a calci dalle nuove leve. A New York non possiede niente, neppure una chitarra. Si fa ospitare da chiunque gli capiti a tiro, è una specie di senzatetto dall'allure elegante e dall'indiscutibile fascino southerner. L'alcol e la disillusione hanno fatto di lui un tipico dissipatore di talenti: ritorna a Memphis e si mette a lavorare come addetto alle pulizie di un bar. Abbandona anche la sua proverbiale precisione nel registrare in studio e nel suonare dal vivo e diventa fautore di uno spontaneismo che rasenta l'autosabotaggio. Ne sono due esempi l'album Like Flies On Sherbert e il lavoro di produzione fatto con la band psychobilly dei Cramps. Gli anni ottanta di Alex Chilton sono un tunnel buio ma sono anche gli anni in cui i tre dischi incisi dai Big Star cominciano ad ammantarsi di leggenda per un'intera generazione di musicisti giovani che daranno poi vita a gruppi come R.E.M., Wilco, Replacement. Chilton continua a rifiutarsi di parlare di quel periodo della sua vita, lo rinnega e lo sminuisce ogni volta che viene interpellato sull'argomento ma, il 25 aprile 1993, forse bisognoso di soldi, forse finalmente rappacificato con il passato, accetta di riunire la band per un concerto all'università del Missouri. Dichiara spavaldo che si tratta di un concerto una tantum e che non avrà seguito e invece il successo di critica e l'affetto dimostrato dai fan sparsi in tutto il mondo lo convincono a ripetere l'esperienza di lì a poco.
La vita randagia termina quindi intorno al 1993. Da quell'anno Chilton smetterà di essere l'eterno enfant prodige scostante e dispettoso e assurgerà a una dimensione di Grande Vecchio del rock. Fa ancora in tempo a sopravvivere al disastro dell'uragano Katrina (lo daranno per disperso ma in realtà era stato parecchi giorni confinato sul tetto di casa).
Nel marzo 2010 i Big Star sono una delle attrazione principali del festival «South by Southwest» a Austin, Texas. Il giorno prima del concerto, Alex si sente male in casa a New Orleans, fa fatica a respirare e ha forti dolori al petto. La moglie Laura lo carica in auto e si precipita verso il primo ospedale. Le sue ultime parole sono banali: «Passa col rosso», riferito al semaforo. Muore prima di poter essere soccorso dai medici.

Commenti
Ritratto di 1959andrea

1959andrea

Lun, 05/05/2014 - 11:19

... e cosa avrebbe dovuto dire, "passami la bottiglia del jack daniels"? che articolo del menga!