Al cinema "Il sacrificio del cervo sacro", thriller psicologico d'autore

Un'opera dal fascino singolare ed enigmatico, caratterizzata da ritmo lento e atmosfera alienante. Non per tutti i palati cinefili

"Il sacrificio del cervo sacro" di Yorgos Lanthimos, premiato a Cannes per la sceneggiatura, è un thriller psicologico che nasce come rivisitazione moderna della tragedia di Euripide cui fa riferimento il titolo.
Rispetto al delirante film precedente del regista, "The Lobster", questo è assai più parco di assurdità e anche i simbolismi appaiono dosati, ma l'equilibrio incerto tra reale e surreale resta la cifra distintiva del cinema dell'autore greco.
In alcuni momenti l'opera richiama quelle di Kubrick, in altri alcune di Polansky, ma nel complesso l'esperienza che si intende far vivere allo spettatore è originale, scomoda in maniera inquietante.
Il Dr. Steven Murphy (Colin Farrell), rinomato chirurgo cardiovascolare, ha una bella moglie, Anna (Nicole Kidman), e due figli esemplari, Bob di 12 anni (Sunny Suljic) e Kim di 14 anni (Raffey Cassidy). La crescente vicinanza alla famiglia da parte di Martin (Barry Keoghan), un adolescente senza padre che Steven ha segretamente preso sotto la sua ala, si rivela presto fonte d'indicibile sventura. Il ragazzo è strano, assetato di vendetta e dotato di una forza maligna che può essere arginata solo mediante un terribile sacrificio.
"Il sacrificio del cervo sacro" è un esperimento volutamente contorto in cui il macabro si sposa al bizzarro, così come il thriller drammatico alla commedia nera.
Nelle situazioni più serie irrompe spesso una pennellata di ridicolo, perché la dissonanza, fin dal sound design, è la protagonista assoluta del film.
Si è messi a disagio già nei fotogrammi d'apertura dedicati a un'operazione chirurgica a cuore aperto, poi si viene invitati a indovinare la natura degli incontri defilati tra i due protagonisti, un uomo adulto e un ragazzo. Il soprannaturale irrompe in modo imprevedibile, ma, dopo un primo senso di stordimento, non ci si stupisce più e la narrazione si sviluppa seguendo il manifestarsi di una serie di piaghe demoniache.
Il controllo registico è maniacale, le ambientazioni asettiche, l'atmosfera ipnotica. L'equilibrio della messa in scena contrasta con la natura disfunzionale dei rapporti tra i personaggi, regalando un'angoscia che ora sfocia nello spaventoso, ora sfuma nel divertente.
Anche se ci si trova avviluppati nell'ossessiva ricerca di un senso, è chiaro fin da subito che non saranno fornite spiegazioni: l'ineluttabilità degli avvenimenti intende regalare una claustrofobia esistenziale fine a se stessa.
Il fascino alienante della visione è fuori di dubbio ma "Il sacrificio del cervo sacro" coinvolge solo da un punto di vista razionale, restando assai respingente sul versante delle emozioni.
Del resto un congruo sviluppo dell'empatia sarebbe innaturale in un dramma interrotto più volte da ventate di gelido umorismo.
Il ritmo è lento, i dialoghi minimi e spesso volontariamente banali, la recitazione smaccatamente robotica nonostante si affaccino temi come il senso di colpa e l'espiazione karmica.
"Il sacrificio del cervo sacro" si regge su una calibratissima sintesi degli opposti. Lucidamente spietato e percorso da un'ironia sinistra, è un gioco d'astuzia che forse lascerà distaccati diversi spettatori.