Al cinema "Split", il thriller psicologico di M. Night Shyamalan

Incentrato sul tema della personalità multipla e con un grande James McAvoy, segna la rinascita del regista. Peccato per la parte finale non all'altezza

Con "Split" prosegue, dopo il riuscito "The Visit", il sodalizio di M. Night Shyamalan ("Il Sesto Senso", "The Village"), con la Blumhouse, la casa di produzione di maggior successo, oggi, nel panorama del cinema thriller/horror. I budget contenuti sembrano giovare alla creatività di M. Night Shyamalan, reo, in un recente passato, di tonfi colossali nel formato blockbuster ("After Earth " su tutti). Appena uscito nelle nostre sale, "Split" sta andando benissimo al botteghino d'oltreoceano e segna il definitivo ritorno del regista agli standard qualitativi degli esordi.

"Split" ha per protagonista un giovane (James McAvoy) che soffre di disturbo dissociativo dell’identità ed è seguito dalla dottoressa Fletcher (Betty Buckley), psichiatra. La situazione sembra sotto controllo da diverso tempo. A un certo punto però, tra le oltre venti personalità diverse che convivono nel paziente, tre iniziano a prevalere sulle altre: le più oscure e pericolose. L'uomo si troverà quindi a rapire la giovane Casey (Anya Taylor-Joy) insieme a due compagne di scuola e a segregarle in un seminterrato.

Siamo in un thriller/horror d'impianto classico e dotato di un mattatore all'altezza, in cui a cliché di genere (la personalità multipla, i sotterranei, i tentativi di fuga), si affianca una storia solida ispirata probabilmente a quella di Billy Milligan, trattata nell’avvincente libro "Una stanza piena di gente" di Daniel Keyes.

Il film evoca più che mostrare e inquieta soprattutto grazie al fatto che l'azione si svolge tutta in spazi angusti. La metà dei personaggi compete a un unico interprete, lo straordinario James McAvoy (L’ultimo Re di Scozia, X-Men: Apocalypse). Mai tanto ispirato e poliedrico, il talentuoso attore scozzese regala una performance d'incredibile perizia, in cui l'attenzione a postura, gestualità, voce e cambi d'espressione appare maniacale. Di fronte a una prova attoriale cangiante come quella di McAvoy, ora estrosa ora misurata, ma sempre impeccabile e, soprattutto, modulata molto sugli accenti e sulla vocalità, va detto, il doppiaggio appare una violenza. Brava anche Anya Taylor-Joy, nei panni di Casey, la ragazza che si trova a razionalizzare il proprio vissuto, in una serie di flashback, proprio durante la prigionia ed ha, nel passato di sofferenza, qualcosa in comune col suo aguzzino.

"Split", attraverso la figura della psichiatra, ridefinisce il concetto di soprannaturale indicando con tale termine semplicemente ciò che non ha ancora avuto una spiegazione scientifica e accenna all'esistenza di qualcosa che potremmo definire "neurochimica del pensiero magico". Concetti stimolanti perché espressi in maniera molto credibile. Peccato che poi l'autorevolezza di certi contenuti imploda in un finale caratterizzato da dettagli splatter e sovrumano fumettistico. Una conclusione goffa e inverosimile che, anche ammesso di cogliervi l'iperbole del potere trasformante del dolore, spiazza e disorienta.

Ad ogni modo, bentornato Mr. Shyamalan.