Il cinico pupillo di Almodóvar ha più stile di "Saint Laurent"

Il sorprendente "Relatos Salvajes" gioca (con eleganza) sull'ironia macabra. E sbaraglia il biopic sul genio francese della moda. Dall'umorismo voluto a quello involontario...

da Cannes

L'umorismo macabro e quello involontario hanno fatto ieri il pieno al Festival di Cannes. Relatos Salvajes, ovvero Racconti selvaggi, dell'argentino Damián Szifrón, si aggiudica il premio per il film più divertente visto sinora. Saint Laurent, di Bertrand Bonello, quello del più ridicolo. Entrambi in concorso, si prestano a essere raccontati insieme, come fosse un gioco di specchi rovesciati.

Szifrón riprende lo schema classico dei film a episodi di un tempo, ma ne fa una sorta di Nuovi mostri del XXI secolo. La società si è ancor più incattivita, i rapporti interpersonali sono sempre più sfilacciati, il potere della macchina burocratica sempre più offensivo e le difese individuali ormai non reggono più. La violenza così cova sotto pelle per poi esplodere, ma sullo schermo si trasforma in una sorta di Grand Guignol surreale che la trasforma in risata liberatoria. Composto di sei storie, il panorama che ne emerge è composito. Per esempio, c'è l'ingegnere esperto in demolizioni, cittadino esemplare e padre premuroso, ma sempre in ritardo, per il lavoro, il traffico, i contrattempi, che ingaggia una battaglia contro l'amministrazione pubblica che non segnala i divieti di sosta, ma a colpi di carri-attrezzi sequestra egualmente le macchine e le tiene come in ostaggio... Prima paghi, poi protesti. Inutilmente. Alla fine, farà saltare la sede della compagnia e diverrà un eroe nazionale, che ha vendicato tutti i cittadini ricattati e angariati...

E ancora: uno scambio di ingiurie fra automobilisti si trasforma in una caccia senza esclusione di colpi. Morranno entrambi i duellanti, e la polizia penserà a un suicidio passionale, trovandoli bruciati, ma uniti nell'ultimo abbraccio.

Szifrón mischia abilmente i toni, le musiche, le facce, la cortesia che lentamente vira verso l'odio, l'odio che si placa nella mansuetudine ritrovata. In un aereo di linea, tutti quelli che hanno contribuito a rendere infelice un giovane poco dotato a scuola come negli affetti, se lo ritroveranno come steward. Drogati i piloti, lancia l'aereo sulla casa di riposo dove sono ospitati i suoi anziani genitori, «i veri colpevoli» della sua infelicità, come gli urla il suo psicanalista, anche egli fatto imbarcare, con un pretesto, su quel volo senza ritorno...

Fra i produttori di Relatos Salvajes c'è Pedro Almodóvar, ed è significativo, perché Szifrón ha molti punti in comune con il suo maestro spagnolo: è colorato, trasgressivo, mai patetico né banale, cinico al punto giusto. Il risultato è un film che corre come un treno di risate che però fanno riflettere. Più una civiltà si allontana dall'ascolto, dalla ritualizzazione della violenza, dalla condivisione di un codice di diritti e di doveri, più si condanna alla distruzione per via interna: non c'è bisogno di alcuna rivoluzione, basta la pura e semplice anarchia del tutti contro tutti.

Il difetto di Saint Laurent sta invece proprio nel manico. Bertrand Bonello è un regista presuntuoso, nel senso che si crede più intelligente di quello che sicuramente è. Ce n'eravamo già accorti tre anni fa, con Apollonide, ambientato nei bordelli di fine Ottocento, pasticciato e kitsch. Qui, alle prese con la vita del celebre stilista, la sua ossessione di non fare un biopic, genere, come già osservato, di moda quest'anno a Cannes, lo ha spinto sulla strada del film d'autore. Non vuole raccontarlo, ma essere lui, isolandone un decennio, dalla metà degli anni Sessanta a quella dei Settanta, emblematico, a suo dire, nel rappresentare, ovvero il creatore che si trasforma nella propria leggenda e ne rimane vittima.

Il risultato è imbarazzante, specie quando entra in scena Louis Garrel nei panni di Jacques Bascher, il seducente angelo del male votato alla distruzione propria e altrui. Le sue occhiate assassine e il suo atteggiarsi a bel tenebroso hanno un effetto comico irresistibile e fanno irrimediabilmente sbandare il film nella farsa. Con un Saint Laurent già uscito con buon successo nelle sale, Bonello ha pensato bene che immedesimandosi nello stilista avrebbe evitato la ripetizione e/o l'agiografia. Ma Saint-Laurent era un genio nel campo della moda e non, con rispetto parlando, un filosofo della vita e prestargli una dimensione troppo intellettuale gli nuoce più di quanto lo gratifichi. Il resto lo fanno le voci fuori campo, un'interminabile sequenza sugli affari della Maison affidata alle cifre e al volto di Pierre Bergé (Jeremie Renier), un Helmut Berger che incarna Yves da vecchio, mantenendo però la voce dell'Yves da giovane (Gaspard Ulliel). L'insieme, insomma, è disarmante, per usare un eufemismo. L'unica cosa veramente bella sono i vestiti. Quelli sì, di Saint-Laurent.