"Coi Procol Harum ho creato il vero rock progressivo"

La band festeggia cinquant'anni di carriera con un cd e con una tournée. Ad ottobre sarà in concerto in Italia

Vi ricordate chi sono i Procol Harum? Quella band inglese che ha inventato il rock barocco o sinfonico? Anche i più distratti ricorderanno la lenta e avvolgente ballad A Whiter Shade of Pale, uno dei più grandi successi da classifica di sempre, che in Italia ebbe altrettanto successo come Senza luce, interpretata dai Dik Dik. Ma i Procol Harum sono questo ed altro, dischi come A Salty Dog e Matador e, ancora guidati dal tastierista e cantante Gary Brooker, festeggiano mezzo secolo di musica con l'album Novum e con una tournée internazionale che toccherà l'Italia ad ottobre con concerti il 6 al Teatro Dal Verme di Milano, il 7 al Palasport di Pordenone e il 9 all'Auditorium Parco della Musica di Roma. Non si vedevano dalle nostre parti dal 2010 ma in Italia hanno ancora uno zoccolo duro di fan che li attende.

Gary Brooker, cosa vi spinge a continuare e a festeggiare il traguardo di mezzo secolo di musica?

«Il rock non è un lavoro ma una missione. Quando ti entra dentro non te ne liberi più, hai sempre voglia di regalare o condividere le emozioni con la gente. Devo dire che i fan mi aiutano a continuare, sono vivaci, preparati e anche i giovani ci seguono. E poi, se vogliamo essere precisi, festeggiamo cinquant'anni di Procol Harum, ma nel mondo della musica ci siamo da prima».

Ci racconti gli esordi.

«Come tutti in Inghilterra siamo stati influenzati dal blues e dal beat. Nei primi anni Sessanta c'era un fermento incredibile a Londra e in tutte le città inglesi. C'erano i Beatles e i Rolling Stones ma anche Alexis Korner, John Mayall e lo skiffle di Lonnie Donegan. Noi mettemmo su un gruppo, i Paramounts, e ci facemmo le ossa con un miscuglio di vari generi».

E poi?

«Poi ci guardammo in faccia e pensammo che dovevamo avere un'identità. Io seguii la mia strada e contattai musicisti come Keith Reed e Matthew Fisher con il suo inconfondibile organo. Io da piccolo suonavo il piano e prendevo lezioni di musica classica, ma presto fui influenzato dalla forza emotiva del boogie, dalle ballate di Ray Charles, dalle invenzioni jazz di Dave Brubeck e cominciai a elaborare il progetto Procol Harum che, accidenti, mi esplose in mano».

Cioè?

«È storia. Incidemmo A Whiter Shade of Pale che volò in vetta alle classifiche in Gran Bretagna, in America e in Australia. Abbiamo fatto subito il botto, siamo diventati famosi e da lì è nato il rock sinfonico, che in seguito sarebbe diventato il progressive rock».

Conosce la versione italiana di A Whiter Shade of Pale?

«Certo, Senza luce dei Dik Dik. È un pezzo molto difficile da rifare, soprattutto in un'altra lingua, ma devo dire che i Dik Dik sono stati molto bravi a catturarne lo spirito, anche nel testo e nei passaggi di organo».

È vero che il brano è ispirato da Bach?

«Da piccolo studiavo Bach e il brano si ispira alla Suite N.3 in Re maggiore, ma badate bene, si ispira soltanto, non è copiato, perché molti in seguito hanno copiato dalla musica classica».

Polemico?

«No, sincero, non rinnego le mie radici ma sapevo di aver fatto una buona canzone, che infatti ha resistito all'usura del tempo».

Come vede i Procol Harum nella storia del rock?

«Abbiamo fatto la nostra parte e lasciato il segno. Siamo passati dalla canzonetta alla suite ed eravamo in pochi a farlo allora, forse c'erano solo i Nice di Keith Emerson. Gli Who mi dissero di essersi ispirati a noi per creare Tommy, e Freddy Mercury per Bohemian Rhapsody. Il nostro era rock progressivo quando non si chiamava ancora così: poi sono arrivate tantissime grandi band come i Jethro Tull, che dal folk-blues sono passati al progressive e tutti gli altri, dagli Yes ai Genesis».

Avete cambiato molte volte formazione.

«Keith Reid e Robin Trower hanno fatto la storia della band, ma ognuno ha sempre contribuito al collettivo. Ecco: i Procol Harum sono un collettivo, come una squadra di calcio che sostituisce alcuni elementi durante la campagna acquisti».

Come saranno i nuovi concerti?

«Siamo carichi e crediamo che le nuove canzoni siano veramente buone. Non mancheranno i nostri classici - il pubblico li esige - perché abbiamo portato nelle classifiche anche altri brani come A Salty Dog».

Quando finirà l'avventura Procol Harum?

«Spero mai. Magari faremo meno concerti, ma io continuo a scrivere musica».