La colpa delle ragazze madri nella cupa Irlanda cattolica

da Venezia

«Fatelo vedere al Papa». È quasi un mantra quello che ripete ai giornalisti più volte Stephen Frears in concorso a Venezia 70 con l'applauditissimo Philomena, opera agrodolce ispirata, come si usa dire, a eventi reali. Che poi sono molto vicini e quasi legati a quelli raccontati da Peter Mullan poco meno di dieci anni fa con Magdalene che, proprio al Lido, ottenne il Leone d'Oro. Siamo ancora una volta nell'Irlanda degli anni '50 quando Philomena è un'adolescente che rimane incinta e viene mandata al convento di suore di Roscrea dove partorisce insieme a molte altre «ragazze perdute». Ad alcune di loro tocca lo strazio di vedere dati in adozione i propri figli a ricche famiglie che giungono al convento in auto lussuose. 50 anni dopo Philomena non ha ancora smesso di cercare suo figlio e per farlo si affida al giornalista Martin Sixsmith conosciuto per caso dopo che è stato cacciato dallo staff di Blair vittima di un equivoco nella comunicazione con la stampa. Da questo incontro nasce il libro The lost Child of Philomena Lee, a cui il film è ispirato, che il giornalista pubblica nel 2009 diventando un punto di riferimento per migliaia di bambini irlandesi adottati e per le loro madri naturali.
Nell'indagine la strana coppia trova fortissime resistenze da parte delle suore che, dopo 50 anni, dicono di aver perso in un incendio i documenti relativi alle famiglie adottive ma sono veloci nel ritrovare quello in cui la giovane Philomena sottoscrisse il consenso dell'adozione oltre all'impegno a non avere più nulla a pretendere in futuro. Ma il giornalista non si arrende e trova le tracce del figlio di Philomena in America. I due partono per un viaggio che rivelerà la storia incredibile del figlio oltre a creare un'amicizia particolare, bella e commovente tra i due.
Ma se Magdalene si concentrava unicamente sulla difficile e drammatica condizione di sottomissione delle ragazze nelle strutture chiamate Magdalene Asylums, Philomena sceglie la strada della complessità anche ironica delle vicende utilizzando la contrapposizione dei due eterogenei protagonisti. Da una parte il cinico giornalista Martin Sixsmith (interpretato da Steve Coogan), dall'altra una donna irlandese Philomena (Judi Dench sempre più immensa che si candida da subito alla Coppa Volpi come migliore attrice), di cultura semplice ma piena di esperienze e, soprattutto, dotata di grande senso dell'humour. Così i dialoghi e il discorso sulla fede risultano mai scontati o manichei perché Philomena, nonostante tutto, ha mantenuto una fede viva e incrollabile, mentre Martin è quasi orgoglioso di mostrare che quella fede non l'ha mai avuta. Poi però, più di una volta, rimane scottato dalla donna che, ad esempio, verso alla fine, quando mette in pratica ciò in cui crede perdonando la suora anziana che fino all'ultimo gli aveva celato l'identità del figlio, gli dice: «Non si può vivere nell'odio». Dannazione e redenzione.
Philomena è dunque il ritratto d'una parte della Chiesa cattolica, quella più rigida e chiusa irlandese specchio della società dell'epoca, «una storia - ricorda Judi Dench - che andava raccontata perché, anche se ci sono molte ragazze che sono state accettate dalle suore che le hanno aiutate a tirare su i loro figli, ci sono state vicende come questa». E non si fa fatica a credere che, non certo perché glielo chiede il regista che lo ha definito «un bravo tipo», il Papa vedrà il film e magari - proprio come è capitato anche al disincantato pubblico della Mostra del cinema di Venezia - riderà, piangerà. E rifletterà.