Comisso, una Fiume in piena che torna alla propria sorgente

Nella città dello scrittore un percorso per immagini (con alcuni rari documenti) dell'impresa dannunziana

da Treviso

Il 25 dicembre del 1920, alle dieci del mattino, disegnava la battaglia di Fiume dalle case degli italiani. Le sue poesie sono leggiadri macigni sul cuore. I suoi racconti dell'esperienza fiumana nel Porto dell'amore o quelli di Giorni di guerra sul fronte del Carso sono dirupi scoscesi di un Paese insanguinato.

Treviso ricorda il suo scrittore combattente Giovanni Comisso, con una mostra realizzata in collaborazione con l'Associazione Amici di Comisso (fino al 6 ottobre a Palazzo dei Trecento). La mostra «Giovanni Comisso e Mario Botter nella Fiume di D'Annunzio» è curata da Francesca Demattè e racconta con cinquantadue tavole, a partire da d'Annunzio, le imprese dei due giovani soldati. Due ribelli, carichi di ideali e passioni. Pieni di senso di responsabilità e del dovere, quel dovere verso la Patria, quei valori oggi dimenticati dai ragazzi. Della Santa Entrata, sul giornale Camicia Nera, Comisso scrive: «Improvvisamente dal fondo del corso, un fragore di camions attrasse tutti gli astanti. L'attesa frenetica di tutta la notte di veglia veniva ripagata: arrivavano i primi arditi! I camions polverosi carichi di cittadini e di arditi inneggianti a Fiume d'Italia e a Gabriele D'Annunzio, svoltarono su per via XXX Ottobre diretti al Palazzo dove aveva la sua sede il Comando delle truppe interalleate. Il Palazzo fu subito accerchiato, le caserme, i telegrafi bloccati. Le truppe in piedi nei camions affluirono per le vie della città fermate dalla folla trasumanata che le voleva abbracciare e baciare».

Era il 12 settembre 1919. L'impresa di Fiume. Comisso, nato il 3 ottobre 1895 e morto il 21 gennaio 1969, era partito dalla sua Treviso, come volontario, affiancando gli interventisti. Tenente di una compagnia del Genio Telegrafisti, a marzo va a Roma per ragioni di studio, ritorna a Fiume in agosto, diserta in settembre e si unisce alle truppe ribelli di d'Annunzio. Nel percorso della mostra, curata alla perfezione, si vedono bene riprodotti i documenti: la dichiarazione dell'Associazione Nazionale Combattenti di Fiume con cui si certifica che Giovanni Comisso, figlio di Antonio e Claudia Salsa, «ha prestato ininterrotto servizio nelle disciolte Milizie Legionarie Fiumane» dal 15 settembre 1919 al 15 gennaio 1921; gli articoli siglati G.C. per la rivista Yoga, di cui era il redattore; le lettere ai genitori, o il raro testo de Il ritorno del figliuol prodigo, o ancora la «Carta del Carnaro», l'avanzatissima costituzione dannunziana. Composta da 65 articoli e promulgata l'8 settembre 1920, è la summa delle nuove concezioni sviluppatesi all'inizio del Novecento, l'innovativa concezione della proprietà, della condizione femminile, dei rapporti di lavoro. Un esempio per gli Stati futuri. E si vedono anche le foto di quella folla esultante per la proclamazione della Reggenza italiana del Carnaro.

«Voleva che Fiume fosse italiana - racconta al Giornale uno degli eredi di Giovanni Comisso, Silvio Ghedin -. Nella sua lungimiranza, aveva già capito». Giovanni, sul finire dei suoi anni aveva adottato due figli. Erano i figli del suo autista Luigi Pavanello che lui, omosessuale, chiamava Gigetto Figallo. I due figli portano il cognome Comisso. «Era un uomo bellissimo, anche da anziano - ricorda Ghedin -, aveva una pelle spettacolare. Un uomo estremamente sarcastico, e con quelle sopracciglia importanti... Era convinto di portare Fiume all'Italia, prima che d'Annunzio iniziasse i suoi proclami, Giovanni era già a Fiume». «Amatemi come il vostro figliuol prodigo - scriveva ai suoi genitori nel luglio 1920 -. Ma non aspettate che io ritorni ignudo. Io avrò per voi tutti i miei beni e tutte le mie ricchezze e, se sulla fine dei vostri giorni, io potrò esservi la suprema gioia, lasciate che io ne vada ora cogliendo il nettare lontano». E infatti.

Se si passeggia a Treviso lungo il Canale dei Buranelli, ancora si percepisce l'aura di questo scrittore e ancora riecheggiano le sue parole. Nella zona che porta al mercato del pesce, nella via a lui intitolata, «Riva del Cagnan - Giovanni Comisso», pare di sentire quei racconti poetici, quei paesaggi, quegli sfoghi. «Ritornato a vivere assiduamente a Treviso scriveva Comisso - che è la mia città natale e della mia giovinezza, dopo lunghi anni di vita in campagna, mi sono accorto con stupore del suo aspetto estremamente vitale. La casa dove abito ora, è un Quartiere Latino, perché vi è il Museo, la Biblioteca, l'Ateneo e un vero vespaio di scuole. Nell'ora in cui finiscono le lezioni le strade che si incrociano in questo quartiere vengono invase da un'alluvione di migliaia di bambini, di ragazzi e di ragazze impetuosi di gioia, frenetici, urlanti come sparvieri...».