"La commedia non fa satira È diventata qualunquista"

Il regista "ribelle moderato" racconta la difficoltà del cinema di affrontare temi scomodi. "“Bella addormentata”? Il pubblico rifiuta quello che lo impaurisce"

«Quando uno non è più giovanissimo - per usare un eufemismo - non è che l'idea del cinema diventi più ossessiva, però è sicuramente più seria». Anche se la coerenza e la responsabilità di Marco Bellocchio sono da sempre la sua cifra umana e stilistica. Il regista è al festival di Giffoni conclusosi ieri, insieme al figlio Piergiorgio, attorniato dalla moltitudine di ragazzi che sognano di fare i registi o gli attori. E magari di esordire con un film dirompente e già definitivo come il suo I pugni in tasca del '65. Così, per l'autore nato 74 anni fa a Bobbio, dove in questi giorni si svolge il festival da lui diretto tra proposte di film italiani recenti e la realizzazione di un cortometraggio con i giovani «tra opera lirica e ipnotismo», sembra essere giunto il momento dei bilanci. E il «ribelle ma moderato» svela che sta scrivendo un'autobiografia: «Nella vita ho fatto molto di quello che desideravo, non tutto, certo, ma va bene così. Va bene così potrebbe essere anche il titolo».

Rimpianti?
«Di nessun film fatto mi vergogno. È già abbastanza».

Il suo ultimo lavoro, Bella addormentata, non ha avuto il riscontro di pubblico atteso...
«Ha “vissuto” un momento quasi angoscioso della società italiana in cui il pubblico non voleva saperne di sentire parlare di grandi temi che lo impensierissero. Anche se non è sul dramma di Eluana Englaro è stato identificato con quello».

Ma qual è il suo punto di vista sulla vicenda?
«Bella addormentata non è un film sull'eutanasia (infatti non ha avuto attacchi violenti da parte cattolica), ma solo su un padre che vuole rispettare la volontà della figlia attraverso una sentenza della magistratura. Il diritto di vita e di morte di chi crede nell'eutanasia è invece affrontato al contrario, con l'episodio del medico che si oppone al suicidio della ragazza e dice: “Farò di tutto per impedirtelo perché hai tutte le possibilità per andare avanti”. In questo senso sono contrario all'eutanasia ma sono anche contrario all'accanimento terapeutico».

C'è un personaggio del film con cui di identifica?
«Se proprio devo, con il politico interpretato da Servillo, con la sua onestà, incertezza, delicatezza, difficoltà di essere immediato. Recupera il rapporto con la figlia ma arriva sempre in ritardo».

Anche gli addetti ai lavori l'hanno un po' snobbato.
«In qualche misura è così, escluso dai premi, dai David, a parte il riconoscimento a Maya Sansa, e dai Nastri».

È curiosa la scelta di proiettare, proprio oggi, al suo festival di Bobbio Colpi di fulmine di Neri Parenti. Una piccola rivoluzione...
«Il festival vuole dare una rappresentazione, una sintesi del cinema italiano, ci sono film con risultati diversi».

Cinepanettone sdoganato?
«La commedia riflette lo stato delle cose. Anche se oggi non credo che sia in grado di fare una satira così come avveniva in passato, quando il genere era contro il potere. Ora è apolitica e qualunquistica».

Il film a cui è più legato?
«Fronte del porto. Avevo 12 anni e sognavo di fare l'attore. L'ho visto al cinema Corso di Piacenza pieno di gente, seduta fin sugli scalini. Altri tempi...».

E l'ultimo meritevole visto?
«Salvo di Grassadonia e Piazza che proietteremo giovedì a Bobbio. L'ho visto a Roma, ottima proiezione in digitale, ma ero solo. Dopo dieci minuti sono entrare due donne. Questo nostro strano trio era una rappresentazione plastica dei problemi del cinema italiano. E sì che il film è un esordio molto interessante, dà segni di vivacità».

Prima di Bella addormentata ha scritto la sceneggiatura di un film sull'Italia «con la sua dolce vita degli anni zero» che però non è andato in porto. Perché?
«La messa in scena del potere ha un costo che nessun produttore voleva affrontare. Se avessi potuto l'avrei fatto da solo».

Rimarrà un sogno nel cassetto?
«Credo di sì. Le sceneggiature hanno la data di scadenza. Perciò I pugni in tasca lo produssi da solo. Se non l'avessi fatto subito la storia si sarebbe consumata.

Così ha pure saltato la gavetta.
«Sarà stato anche il mio essere misantropo... ma non ne avevo proprio voglia. Così mi sono inventato un film che fosse possibile realizzare, girato a casa di mia madre, con i miei compagni del Centro Sperimentale».

Oggi a un autore vengono imposti dei limiti?
«Ci sono limiti economici. Devi immaginare progetti a basso costo. Ma non è un tornare alle origini perché quando ho cominciato io anche i film “economici” erano elaborati».

Quindi il suo prossimo film sarà...?
«Ambientato a Bobbio e darà spazio anche al mondo della lirica che fa parte del mio immaginario di bambino. Ma prima, a dicembre al Quirino di Roma, dirigerò Michele Placido e Sergio Rubini in Zio Vanja».