il commento 2 Perché l'America adora (sempre) lo «stile» italiano

di Claudio Siniscalchi

Jep Gambardella (Tony Servillo) è seduto sul divano. Giacca aragosta, pantaloni bianchi, camicia sbottonata. In un'altra scena Jep ha la giacca gialla, pantaloni e camicia bianca, scarpe bicolore di tonalità marrone. In un'altra ancora ha un vestito e un Borsalino bianco, e passeggia davanti alle rovine di un acquedotto romano. Jep è impeccabile. Talvolta eccentrico. Ma vestito di blu, occhiali con la montatura pesante nera, potrebbe essere un perfetto ambasciatore, uomo d'affari o intellettuale col quattrino. E poi al funerale è strepitoso. Sa alla perfezione cosa dire, come muoversi, come vestirsi. Può sembrare esagerato. Ma proprio qui, nei dettagli dell'abbigliamento, si cela il segreto del successo americano de La grande bellezza. E siccome le logiche che dominano il Golden Globe non sono poi così differenti (almeno per individuare il miglior film straniero) da quelle dell'Oscar, la cavalcata verso l'aggiudicazione della statuetta non dovrebbe avere più ostacoli. Fu proprio uno scrittore americano, Ambrose Bierce, a dire che nel dettaglio si nasconde il Diavolo. E il dettaglio di Jep è il fazzoletto di seta nel taschino della giacca. Non gli manca mai. Nella vita reale degli americani un personaggio come Jep lo si può trovare a un tavolo da gioco di Las Vegas. Ma guardandolo bene, si scoprirebbe un dettaglio inappropriato: un vistoso orologio d'oro, un colore sbagliato, una Ferrari di troppo. Oppure, lo si può trovare nell'opposto dello scrittore Tom Wolfe, prototipo del dandy esagerato, zeppo di bretelle rigate, camicie con colli bianchi, cravatte chiassose, gemelli ciclopici. Jep non ostenta e non sbaglia un colore. È il fratello meno bello e meno cattivo di Mastroianni de La dolce vita. Piace agli americani proprio per questo: è l'immagine stereotipata del fascino. Lavoro impalpabile ma non volgare, intellettuale ma non troppo, bei vestiti, belle case, belle donne. E poi la notte a Roma: feste, terrazze, l'alba salutata sulle rive del Tevere. La Città Eterna, che dall'epoca della via Veneto di Fellini è rimasta appunto Eterna. Certo che è cambiata! Ma non nell'immaginario collettivo degli americani, che appena rivedono un Marcello e un Federico, pur sapendo che non sono né Marcello né Federico, fanno finta di niente, e li amano, per una semplice ragione: anche le bruttezze più torbide non cancellano la dimensione umana ed elegante dell'esistenza. Vivere è quanto mai pesante e difficile. Ma nel campionario della mostruosità si può sempre conservare un tratto di leggerezza.