Commento Il Gf, il «reality» di Avetrana e le ambigue verità della televisione

Telecamere accese 24 ore su 24. Notizie scioccanti in diretta. Aggiornamenti continui. Opinionisti in servizio effettivo permanente e migranti di studio in studio. Interventi a sorpresa, anche via sms, della famiglia coinvolta. Schede video con approfondimento sui protagonisti. Strazianti immagini del passato provenienti da qualche telefonino. Inviati di fronte all’ingresso di casa che, spesso, apprendono gli sviluppi della situazione dallo studio col quale sono collegati perché la tv, misteriosamente, arriva prima perfino di chi la sta facendo in quel momento. Un vortice di emozioni contradditorie: lacrime, indignazione, commozione, speranza. L’allucinante omicidio di Sara Scazzi ha occupato e occupa gli schermi televisivi. Molti hanno commentato che le modalità con cui è stata raccontata la storia ricorda quella dei reality show. (Con l’eccezione della Sciarelli che chiede alla madre della vittima se vuole chiudere il collegamento, poco dopo averle comunicato che si stava cercando il corpo della figlia: in uno spettacolo d’intrattenimento nessuno proporrebbe di spegnere l’occhio magico nel momento più importante se non per creare ulteriore attesa).
Anche nella casa del Grande fratello le telecamere sono accese 24 ore su 24. E ci sono notizie in diretta, opinionisti, schede video, interventi a sorpresa, interviste, famiglie, emozioni piccoli o grandi che siano. La similitudine si arresta qui, alla confezione. La materia, per il resto, è completamente diversa sotto tutti i punti di vista. Ma ieri sera, nel corso della prima puntata del Gf, veniva comunque da chiedersi perché la parola reality sia stata usata per descrivere il comportamento dei media ad Avetrana, e soprattutto cosa implica questo dato di fatto.
Altri omicidi terribili (inclusi Cogne e Perugia) non hanno avuto un eguale impatto perché in un mondo immerso nell’informazione la realtà, la cronaca sembra ancora più vera se a raccontarla è la diretta televisiva magari con un linguaggio accattivante e per certi versi assimilabile a quello del reality show. Qui, forse, si nasconde un paradosso. Perché il reality show si inventa dal nulla personaggi fino ad allora «inesistenti», rende concretissime emozioni solo in partenza indotte dalla situazione. Insomma, più che simulare la realtà, la crea con l’artificio. È quello che abbiamo visto nella prima puntata del Grande fratello, iniziato ieri sera. L’escort Giuliano Cimetti non sembra avere il physique du rôle, ma forse l’assumerà, chi lo può escludere? E non è forse vera la fame (e il nervosismo) che prende i naufraghi dell’Isola dei famosi?
La realtà, per essere ancora più reale, deve essere reality. Ma i reality migliori, come quelli citati, vivono grazie alla capacità nel costruire la propria realtà. Un corto circuito che lascia perplessi sulle possibilità non solo di trovare la verità ma addirittura di poterla raccontare attraverso la televisione. Almeno nella vicenda di Sara Scazzi. Come dobbiamo valutare, a esempio, l’impressionante immedesimazione della cugina Sabrina apparsa in alcune trasmissioni nel ruolo della amica del cuore di Sara, che invece potrebbe aver contribuito ad assassinare? È realtà o reality?