IL CONSIGLIO DELLA SETTIMANA

Fair Game («Gioco leale») di Doug Liman, presentato all’ultimo Festival di Cannes, glissa sulla spia italiana che immaginò un traffico di uranio fra Niger e Irak. Racconta solo della spia americana, Valerie Plame (Naomi Watts), che pagò il conto della vicenda. La sua appartenenza alla Cia fu svelata dalla Casa Bianca, compromettendo lei, il marito Joseph Wilson (Sean Penn), ex ambasciatore, e chiunque avesse o avesse avuto contatti con lei.
Perché? Perché il marito, che aveva indagato su quel presunto traffico, era insorto quando la Casa Bianca pensò che quell’uranio fosse la «pistola fumante» che cercava. Liman lascia sullo sfondo le relazioni internazionali e punta sulle vicende personali. Valerie Plame è tradita dal suo governo, gli amici accusano lei d’aver tradito loro. Il marito, a sua volta, passa per traditore agli occhi di sedicenti patrioti.
E poi c'è l’invidia verso una coppia colta, benestante, capace d’intimità completa. Non si lavora come spia senza che le altre donne, cui nessuno ha proposto quelle mansioni, concludano come la prescelta debba aver ottenuto le informazioni.
I popoli preferiscono ignorare come si ottiene la loro sicurezza. Naomi Watts sovrasta Sean Penn in questo dramma. A occhi cattolici e latini, avere una doppia vita pare normale; non a occhi protestanti e anglosassoni. Perciò Fair Game somiglia, tra i film di Liman, più a una versione riuscita di Mr. e Mrs. Smith - storia di sicari innamorati - che ai film sull’agente Bourne, anche lui tradito dal proprio Paese. Peccato che, se la rappresentazione di affare di Stato e affare di cuore è felice, non lo sia più la reale vita dei Wilson.