Contadini e dialetti: quarant'anni fa raccontava un mondo già scomparso

Fu un grande poeta della provincia, della Bassa padana e del fiume Po

Giovanni Reale con Ermanno Olmi alla Milanesiana, nel 2008

Il regista dell'Albero degli zoccoli è morto ieri ma quel mondo era già scomparso e da tanto tempo. Il film del 1978, unanimemente considerato il suo capolavoro, metteva in scena l'epoca di una mezzadria che è vietato rimpiangere perché era un'epoca di fame per i mezzadri e di non sazietà per molti altri (da un tipo di contratto agrario di natura semifeudale non potevano non derivare pratiche colturali arretrate e basse rese che determinavano penuria di cibo anche in città). Però qualche lacrima, oltre che per Ermanno Olmi, per la civiltà contadina e per la Padania pre-boom è lecito versarla. Nel passaggio traumatico tra mondo vecchio e modernità che cosa abbiamo perso? Innanzitutto il dialetto. L'Albero degli zoccoli venne girato in bergamasco e poi doppiato in italiano dagli attori stessi, tutti non professionisti. Questo significa che alla fine degli anni Settanta il dialetto, almeno nelle campagne, era ancora lingua quotidiana. Oggi un film del genere bisognerebbe girarlo in italiano e poi cercare, col lanternino, qualche professionista in grado di doppiarlo in dialetto stretto, magari un vecchio attore. Ma per doppiare i ragazzini? Un teen-ager lombardofono credo sia più difficile da trovare del famoso ago nel pagliaio (a proposito: sono scomparsi anche i pagliai). Oggi in Valpadana è molto più facile trovare un ragazzino parlante dialetti arabi o pakistani.

Non del tutto scomparsi ma molto rarefatti sono gli alberi. Non parlo della foresta primaria che ricopriva buona parte della pianura fino al Medio Evo e di cui da secoli sopravvivono solo brandelli (ad esempio il Bosco Fontana a nord di Mantova), mi riferisco agli alberi che sostenevano le viti, fiancheggiavano i canali, alimentavano i camini e i bachi da seta: pioppi (come quello che il protagonista del film taglia per dare al figlio scalzo almeno un paio di zoccoli), olmi, salici, aceri, gelsi che sono stati spazzati via dall'agricoltura meccanizzata. Riguardatevi anche i film di Don Camillo: ancora negli anni Cinquanta la Bassa Emiliana appariva un'arcadia boschereccia al cui posto oggi si estende un deserto piatto, campi infiniti senza un filo d'ombra, senza nemmeno una siepe. Forse tagliare tutto era indispensabile, per far passare le grandi macchine, i trattori, le mietitrebbie: evviva le alte rese, una prece per il paesaggio.

Molto rarefatti anche gli esseri umani. Negli ultimi anni mi sono trovato varie volte in piazza a Brescello (a proposito di Don Camillo), a Casalmaggiore (dov'è nata mia madre), a Canneto sull'Oglio, a Rivarolo Mantovano, spesso senza vedere anima viva. Facciate decrepite, chiese sprangate, serrande abbassate, bar chiusi o in mano ai cinesi e, in pieno giorno, non un passante. Visioni che si potrebbero definire metafisiche se non fossero così sconfortanti. Dove sono finiti i nativi? I vecchi sono morti e i giovani sono andati in città. E dunque non è che si stava meglio quando si stava peggio: è che quando si stava peggio si stava, mentre adesso che si sta meglio si va. Pianura svuotata. Non lo dico soltanto io visto che del neodeserto padano scrivono abbondantemente Vasco Brondi e Massimo Zamboni nel diario di viaggio Anime galleggianti: «Dopo avere pranzato con spaghetti alle vongole, beviamo un ultimo amaro tutti assieme nel bar di Porto Levante che tra poco chiuderà e a Porto Levante non ci sarà più neanche il bar». A questo punto dovrei affrontare il tema della desertificazione religiosa (che proprio Olmi ha toccato nel penultimo film, Il villaggio di cartone) ma dovete scusarmi, non ce la faccio, è troppo doloroso. Credetemi, avrei preferito scrivere di ciò che si è salvato e di ciò che è nato, nella Bassa Padana dopo L'albero degli zoccoli. Solo che l'articolo sarebbe stato breve. Troppo breve.