Contrordine, lettori: i grandi romanzieri sono per piccoli editori

Le case più ricche stanno abbandonando i big del Novecento. E così perdono la loro identità

La Mondadori di Niccolò Gallo e Vittorio Sereni; l'Einaudi di Italo Calvino, Elio Vittorini, Cesare Pavese; la Feltrinelli di Giorgio Bassani; la Bompiani di Antonio Porta. Sono senza dubbio la storia del nostro secondo Novecento letterario. Per gli appassionati di letteratura è come dire l'età dell'oro dell'editoria. Eppure, sfogliando oggi i cataloghi di quegli stessi editori, viene da pensare che il nostro sentimento sia appena di nostalgia (una nostalgia del resto ingiustificata per chi, come me, non ha neppure vissuto quel tempo), o qualcosa su cui abbiamo posto un'aura che ha arricchito il nostro immaginario, dando una direzione alle nostre ambizioni e aspirazioni. Chi di noi, senza ipocrisia, pensando alla storia di quegli editori, può dire di non aver proposto un libro a uno di loro?

Ho il sospetto che nel giro di vent'anni (forse anche meno) di quel Novecento, nei marchi editoriali storici, resterà molto poco, trasferito in altra sede, nella piccola e media editoria, oppure cadrà nel dimenticatoio. Si sa, i diritti delle opere di uno scrittore restano di proprietà degli eredi per 70 anni dopo la sua morte. Dopo 70 anni, i diritti vengono liberati e qualsiasi editore può pubblicarne i libri (per questo motivo delle opere di autori dell'Ottocento, o morti nei primi quarant'anni del Novecento - che so? Flaubert, Balzac, Kafka, Dostoevskij, Leopardi, Pascoli, Tozzi, d'Annunzio ecc. - possono essere presenti in commercio numerose edizioni). Gli autori di cui parlo, quindi, sono quelli i cui diritti appartengono ancora agli eredi.

Pensiamo alla recente ristampa dei romanzi di Giuseppe Berto per Neri Pozza (che fu autore Rizzoli), o la coraggiosa acquisizione, da parte de Il Saggiatore, di tutta l'opera di Luciano Bianciardi (aveva esordito con Feltrinelli, ma il suo capolavoro, La vita agra, era stato pubblicato da Rizzoli), Witold Gombrowicz (già Feltrinelli) e Maurice Blanchot (di casa a Einaudi), o la recente pubblicazione per minimum fax di Sei stato felice, Giovanni di Giovanni Arpino (storico autore Mondadori), per non parlare, ovviamente, di tutti gli scrittori che sono andati ad arricchire il catalogo Adelphi: Gadda, Landolfi, Flaiano, Nabokov ecc. Sono solamente pochi esempi, e se ne potrebbero fare a decine. Va ammesso, a onor del vero, che non è una faccenda assoluta. Nessuno potrebbe affermare che i marchi storici non ristampano più nessun autore del Novecento. Diciamo, però, che comincia a farsi notare una certa tendenza ad abbandonarli.

Si dirà: è una questione di mercato. Il mercato, del resto, non va demonizzato e non bisogna neppure farne una faccenda moralistica. I fatturati della grande editoria non possono certo dipendere dalle ristampe di autori novecenteschi (anche se la loro qualità, in altra epoca, coincideva pure con buone se non ottime vendite). Al contrario, alla media e alla piccola editoria, la ristampa e la riscoperta di quegli autori potrebbe dare una buona fetta degli utili sufficienti a stare in piedi. E d'altra parte non può esserci paragone tra il mercato del libro negli anni Sessanta e Settanta con quello attuale. Il numero di marchi editoriali si è moltiplicato tanto quanto il numero di persone che scrivono libri. Basti far notare che la quantità di scrittori che ha esordito nel decennio dei Settanta è più o meno uguale alla quantità di esordi di una sola stagione editoriale odierna. Considerazioni tutto sommato ovvie. Se non fosse che tale tendenza ci invita a riflettere su una questione più profonda. Ed è una questione di perdita di identità, che appare assolutamente inedita.

Mai come nell'attuale panorama risulta irrilevante la scelta di una scuderia editoriale. E lo si comprende anche da come gli scrittori sono tanto poco affezionati ai marchi con i quali pubblicano. Al pari dei calciatori che cambiano maglia senza troppi patemi d'animo, un autore Einaudi può pubblicare il libro successivo con Rizzoli o Mondadori o Feltrinelli senza che la cosa appaia presso i lettori una scelta culturale, una decisione meditata sulla base di un differente catalogo, una frattura intellettuale con la casa d'appartenenza.

Ma se vale la logica dell'uno vale l'altro, una frattura si è davvero consumata sotto i nostri occhi senza che ce ne rendessimo conto. O forse fingiamo di non accorgerci che quella storia a cui siamo legati idealmente non esiste più; e non esiste non solamente perché si sta rinunciando agli autori che quella storia l'hanno fatta, definendola, ma anche perché con quella storia non c'è alcuna continuità riconoscibile. Cosa significa? Da una parte che l'opera degli autori deve bastare a se stessa, ovvero essere tanto riconoscibile da far sembrare futile la sua collocazione editoriale (ma di autori con opere tanto riconoscibili ce ne sono pochi, come è ovvio e come è giusto). Dall'altra prendere coscienza che i cataloghi di questi editori, che non veicolano più alcuna idea della letteratura e del mondo, si somigliano al punto tale da risultare pressoché indistinguibili.