Corrado Alvaro: "Per mia fortuna dissi no al Pci..."

Rivolgendosi a un amico nel 1952, lo scrittore motiva il rifiuto della candidatura alle elezioni del '48

La recente riedizione dell'opera distopica di Corrado Alvaro, L'uomo è forte (Bompiani), uscita nel 1938, propone una riconsiderazione della statura letteraria dello scrittore calabrese, che anticipò i temi orwelliani del controllo totalitario sull'individuo da parte di uno Stato ispirato all'ideologia collettivista. Alvaro scrisse il romanzo dopo un viaggio nella Russia sovietica, e non c'è dubbio che il modello preso di mira era quello comunista, anche se è altrettanto vero che nella Germania nazista il libro fu vietato.

Dunque, il precursore italiano di Orwell fu un nemico giurato dello stalinismo? Non proprio, perché ora scopriamo che, appena dieci anni dopo la pubblicazione del volume, Alvaro ricevette l'offerta di una candidatura al Parlamento, da parte del Pci. Per comprenderne le ragioni bisogna tornare all'epoca dei suoi esordi narrativi.

L'autore di Gente in Aspromonte, fondamentalmente, era un liberale, ma già il suo approccio nei confronti del fascismo fu molto adattivo, tanto è vero che, grazie anche all'appoggio di Margherita Sarfatti, la «regina» delle arti durante il Ventennio, gli furono spalancate le porte dei maggiori giornali. Pur atteggiandosi, nel dopoguerra, a perseguitato di Mussolini, la sua firma poté comparire regolarmente, sulla Stampa di Torino, a partire dal 1926. Ma essa dilagò anche in una serie di altre testate, dal Primato di Bottai, a Critica Fascista. Impensabile che tale produzione giornalistica avesse potuto aver luogo senza il preventivo endorsement, con relativa iscrizione al partito.

Alvaro, addirittura, beneficiò di un lauto anticipo, di 15mila lire, su fondi della Pubblica sicurezza, per la creazione di un soggetto cinematografico sulla redenzione delle paludi pontine. Nel 1939, del resto, fu propagandista e cantore di Littoria, una delle «nuove città» sorte dalle bonifiche ducesche. Non è perciò un caso che Il Gazzettino di Venezia, pubblicato nel territorio della Repubblica di Salò, il 26 marzo 1945, dando la notizia delle dimissioni dello scrittore dalla direzione in Roma del Giornale radio nazionale della Rai (sottoposto al controllo alleato), a sole tre settimane dalla nomina, lo definisse sprezzantemente «rinnegato». Nel marzo del 1947, Alvaro divenne direttore del Risorgimento di Napoli, da cui fu cacciato, dopo soli quattro mesi, per un insanabile conflitto con l'editore, Achille Lauro, che non approvò la svolta progressista impressa da Alvaro.

Dunque il letterato, nel dopoguerra, virò a sinistra? In realtà, questa «conversione», che possiamo anche leggere come un'ulteriore prova di adattamento, nei confronti di un partito, quello comunista, che faceva incetta di intellettuali da arruolare sotto le proprie bandiere, non è stata indagata. Finora era noto soltanto che Alvaro fu tra le personalità di maggior prestigio del panorama culturale nazionale - insieme a Quasimodo, a Saba, e a molti altri - che si schierarono con il Fronte Popolare, alle elezioni politiche del 1948. Ma, se emergessero - come di fatto adesso emergono - le prove delle ulteriori lusinghe esercitate dal Pci nei suoi riguardi, non ci sarebbe molto da meravigliarsi, se si considera che Togliatti, dopo aver cooptato il meglio della giovane generazione formata dal fascismo, non si fece scrupoli nell'aprire le porte del partitone rosso agli esponenti dell'intellighenzia borghese disposti ad accettare quell'ospitalità.

Vi furono casi celebri, fra tutti quello di Massimo Bontempelli, che nel '48 si candidò al Parlamento, con i socialcomunisti. Nutrita la schiera degli «intellettuali organici» che militarono nel Pci: da Sibilla Aleramo a Vittorini, da Pratolini a Bilenchi e a Brancati, per citare soltanto alcuni nomi. Un caso a parte fu la posizione di empatia di Malaparte nei confronti del comunismo sovietico, che esordì, fin dagli anni della sua militanza nel cosiddetto «fascismo di sinistra», per evolvere poi, nell'ultimo scorcio della sua vita, in filomaoismo. Ciò non valse peraltro a trasformarlo in un aggregato di lusso al variegato convoglio togliattiano; e, ciò, semplicemente, perché Kurt, libertario fino al midollo, era irriducibile a qualunque ideologia, tanto da rinverdire lo storico legame di gioventù con il Partito repubblicano. Ultimo, illustre esponente, invece, dei maître à penser accasati al Bottegone fu Alberto Moravia che, nel 1984, fu eletto, quale indipendente, nelle fila comuniste, al Parlamento europeo.

Ora, per tornare ad Alvaro, un documento eccezionale quanto inedito, una sua lunga lettera autografa all'amico fiorentino Aldo Fortuna (conosciuto nelle trincee della Grande Guerra), svela i retroscena, rimasti ignoti, del suo sofferto rapporto con il mondo comunista. Un rapporto che non giunse mai al livello di sudditanza, per la capacità del letterato di sottrarsi all'abbraccio soffocante con il Pci, al quale scelse di non iscriversi. L'epistola, in possesso di privati, e datata 5 agosto 1952, fu vergata nella casa di campagna di Alvaro, a Vallerano, in provincia di Viterbo. Dato il rapporto di confidenza con il destinatario, che in qualità di legale era stato anche curatore degli interessi dello scrittore, la lettera è caratterizzata da un tono intimo, quasi da confessione. Vi si leggono anche gli echi di considerazioni retrospettive, grazie alle quali questo documento assume il significato di un testamento morale, a bilancio di un'intera esistenza. Alvaro morrà, infatti, l'11 giugno 1956, a 61 anni.

Così si rivolge a Fortuna: «E il tempo stringe, temo di averne perduto troppo, e dovrei concludere questa vita azzardata anche nelle promesse (...). Aver chiuso clamorosamente un'esperienza di direttore d'un giornale di Napoli, con Lauro di cui non volli essere lo strumento dopo che ero andato per fare qualcosa in favore dei miei paesi, mi chiuse la strada della direzione di ben maggiori giornali, e fu anche questa una fortuna. Dopo molti errori in cui ho perduto tempo, denaro, e acquistata finalmente esperienza, mi ritrovo quello che ero, uno scrittore che non deve nulla a nessuno e da nessuno spera niente».

Poi, la notizia più sorprendente: ossia l'offerta, da lui rifiutata, di candidarsi alle elezioni del '48: «Per fortuna ho smesso l'idea di essere utile nella vita attiva, feci in tempo a tirarmi indietro e non varcare la porta del Parlamento, sia pure come indipendente di sinistra». Il diniego di Alvaro, in tal senso, circoscrive il valore della sua dichiarazione di voto a favore del Fronte Popolare. Una scelta di campo, sì, ma non irreversibile e, soprattutto, non incondizionata, fino all'ingaggio stabile nelle solenni aule ove si esercita la democrazia rappresentativa. La lettera all'amico fiorentino contiene anche un accenno, denso di preoccupazione, alle sorti incerte del figlio Massimo, il quale, invece, ha provato sulla propria pelle l'esperienza drammatica di aderire al partito-chiesa, salvo poi doversene distaccare, per una crisi di coscienza. Scrive Alvaro: «c'è Massimo che dopo molte traversie istruttive coi comunisti, nella cui organizzazione era entrato, si ritrova a dover ricominciare, e ad aver appena superato la crisi dei dissidenti o eretici. Ora fa qualcosa alla Radio e al Mondo».