Corri ragazza, corri: così le donne diventano forti

Il debutto narrativo della canadese Carrie Snyder. Una storia non solo di sport

Eleonora BarbieriA centoquattro anni, Aganetha Smart se lo ripete ancora nella mente: «Quello che conta è correre». Che cos'è correre, per lei, una che a vent'anni ha vinto la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Amsterdam, e ora è su una sedia a rotelle e riesce a parlare a stento? Ecco che cosa si prova (se lo ricorda perfettamente): «Un catalogo di dolori sordi, dalla caviglia al polpaccio al ginocchio all'anca alla spalla. Il respiro all'inizio è pesante, irregolare, ma pian piano adotterà un ritmo costante. E dopo un po' che corro, solo allora, i pensieri acquisteranno un senso». Aganetha, Aggie in famiglia, una famiglia grande di otto fratelli cresciuti nella campagna dell'Ontario a cavallo della Prima guerra mondiale, è una donna che corre. Una Girl runner, come si intitola il libro di Carrie Snyder, canadese al suo primo romanzo, che è stato tradotto in quindici paesi e ora anche in Italia, pubblicato da Sonzogno (pagg. 288, euro 16,50). E lo è in un'epoca in cui non era proprio previsto: nel 1926, quando inizia ad allenarsi, «non esistono vestiti fatti apposta per le atlete che corrono». Lei sarebbe stata una fondista, avrebbe corso la maratona, ma ad Amsterdam, le disse l'allenatore, il massimo era gareggiare per gli ottocento metri. «Le donne non possono correre più di così. Ed è molto più che niente».Aganetha si è trasferita a Toronto e in città corre di nascosto. Perfino la sorella si vergogna, le dice: «Che cosa penserà la gente? Una ragazza che corre in strada in pieno giorno?». Girl runner è la storia di una donna che vuole correre, non perché sia forte, ma «per il desiderio di essere forte». Un desiderio che le resta appiccicato per sempre, per una vita lunghissima e piena di dolori, sofferenze, umiliazioni: la perdita di fratelli e sorelle, la perdita dei genitori, la rottura con l'unico uomo che (forse) abbia amato e con la sua unica vera amica, la fama che svanisce e la lascia orfana da ragazza, sprovveduta e ingenua, quando, ancora abbagliata dal luccichio della sua medaglia d'oro, accetta di farsi fotografare per pubblicità di pellicce e lingerie. È una storia ispirata alle matchless six, le sei atlete pioniere che rappresentarono il Canada ad Amsterdam nel 1928. Dopo quella gara, alle donne fu proibita di nuovo la lunga distanza fino al 1960.Aganetha smette presto di vincere, lavora al Toronto Daily Star, dopo la guerra la spostano ai necrologi (sono tornati i maschi per occuparsi di cronaca nera...), le resta, sempre e solo, correre. A cinquanta, sessant'anni ancora partecipa alla maratona, di nascosto: «Correvo con un cappuccio a coprirmi il viso, i capelli corti e ispidi, così potevo passare per un uomo». Tutto questo Aganetha lo ricorda benissimo, a 104 anni, davanti a due ragazzi che dicono di voler girare un documentario su di lei (ma non è vero), con una esistenza di amarezze alle spalle, e una sola certezza ancora di fronte a sé: «Il paradiso, giuro. Il paradiso sarà una gara di corsa... sarà una folla di ragazze sulla linea di partenza con una gamba in avanti, le gonne sollevate, in attesa del pronti, attenti, via!». Anche se non sempre vincono, quelle ragazze, o magari vincono, ma poi perdono tutto.