Così Duchamp "l'americano" ha dato scacco matto all'arte

L'artista che ha inventato il concettuale diede il meglio lavorando negli Usa. Perché per lui creare era essere liberi

Marcel Duchamp prima di scegliere il museo di Philadelphia per collocarvi le sue opere dopo la morte, girò a lungo gli Stati Uniti. Non voleva più essere francese, anche se accettò di capitanare la quadra mondiale francese di scacchi: la passione e abilità per gli scacchi fu il paravento dietro cui si nascose per creare le ultime opere della serie Ètant donnés per vent'anni dal 1946 al 1966, due anni prima della morte. Scelse questa città in cui nacque la nazione americana con la Dichiarazione di Indipendenza, la rivoluzione politica che avrebbe fatto nascere la prima Repubblica democratica del mondo in un'epoca di sole teste coronate. Il Museo di Arte Moderna di Philadelphia è il luogo destinato dal testamento di questo artista dalla bizzarria influenzata dalla matematica: «La matematica mi affascina, anche se non ho il talento del matematico che però ritrovo negli scacchi». Sostenne più volte, beffardo davanti alla camera da presa, di considerare la propria vita un'opera d'arte ready made, bella e fatta, così com'è. Era stata, quella, la sua dichiarazione d'indipendenza dalla banale divisione fra bello e brutto, cosa che faceva impazzire gli americani. «Quel che è bello per me è brutto per un altro, non è un metro di misura». Definizione in fondo più saggia di quella, di Benedetto Croce secondo cui «tutti sappiamo che cos'è l'arte, dunque non perdiamo tempo a definirla». Quel che conta invece è l'intenzione dell'artista. È lui che certifica l'oggetto artistico che non è necessariamente un dipinto o una scultura. Per esempio può essere il famoso orinatoio - la Fontana che si trova in molte versioni in tutti i principali musei del mondo. O una bianca gabbia per conigli riempita di sassi. O una combinazione di una ruota di bicicletta con uno sgabello.

L'importante, sostenne Duchamp senza incontrare obiezioni ma molta irritazione, è che l'artista decida lui, installi nel museo e poi guardi l'effetto che fa. Tutto il Novecento è stato teatro degli scandali dell'arte. Paul Cézanne che mette a soqquadro Parigi con una montagna blu compresa soltanto da Rainer Maria Rilke che ne scriveva febbricitante alla fidanzata, Pablo Picasso che dipinge le puttane di un bordello di Barcellona (della via Avignon a luci rosse) con gli occhi e i visi devastati dalle asimmetrie, via via fino ad Andy Warhol che eleva a opera d'arte il barattolo di zuppa Campbell da prelevare, ready made, al supermercato. Se oggi un artista può dipingere o mettere in scena un'installazione come artefatto provocatorio e fatica a trovare la misura dello scandalo, lo si deve a questa gente ma in particolare a Duchamp che è stato il teoreta di una rivoluzione che nella sua mente gareggiava con quella americana, nata a Philadelphia.

A Philadelphia le sue opere offrono il godimento della liberazione dall'ossessione per il significato: esattamente ciò che Duchamp voleva. L'opera è quel che è. Non allude. Non significa. Non è un rebus enigmistico. Un'opera d'arte, specialmente se ready made cioè importata dalla realtà, non richiede interpretazioni. Prima di dire degli Ètant Donnés, è d'aiuto un'idea storica del personaggio che, contro ogni sua volontà riuscì a morire in Francia, sua ex madrepatria rifiutata, seppellito a Rouen e non negli amati Stai Uniti di cui era cittadino. Michel veniva da una famiglia di artisti famosi di sentimenti pacifisti, ma più che altro nauseato dall'ossessiva esaltazione della guerra purificatrice, di gran moda nel 1914. Amico di Man Ray, decise di fuggire a New York dove viveva un suo parente. Gli aveva fatto particolarmente orrore l'entusiasmo di Picasso per le prime tele mimetiche sui camion militari, che vedeva come arte cubista. Partì senza sapere una parola d'inglese. Poi parlò in modo fluente, elegante ed europeo. Poco dopo il suo arrivo a New York lo troviamo arrampicato sull'arco di trionfo di Washington Square alla guida di una manifestazione di artisti. Era quasi frenetico nella voglia di dare all'America ciò che ancora non aveva: un'arte nazionale. Questa passione lo porterà per un anno sotto i riflettori del comitato per le attività anti americane guidato dal senatore McCarthy. Non protestò, ma si rivolse ai suoi potenti amici per farsi liberare da quella seccatura che considerava idiota.

Il presidente Roosevelt, durante il New Deal, quando apprezzava la politica sociale di Mussolini, aveva varato un grande piano di aiuti governativi anche agli artisti di strada. Uno degli artisti beneficiati dal sussidio fu Jackson Pollock che ingombrava i marciapiedi di tele apparentemente insensate e invendute. Fu Duchamp a capirne la matematica e a imporlo a Peggy Guggenheim, insieme a molti altri artisti di cui diventò il talent scout.

Finita la guerra e la seccatura del comitato per le attività anti americane, Marcel sparì dal campo dell'arte. A chi gli chiedeva che cosa facesse, rispondeva che si dedicava agli scacchi, di cui era giocatore di livello mondiale. Tornò in Francia parecchie volte e il 2 ottobre del 1968 si trovava lì, in piena contestazione studentesca e artistica quando morì per un'improvvisa polmonite all'età di 82 anni. Soltanto allora nella sua casa di New York furono trovate le opere smontate che formano il gruppo Ètant donnés. Erano il frutto segreto di venti anni di lavoro: etichettate come la Cascata e il Gas per l'illuminazione. Le opere erano nate destinate al Museo di Philadelphia che ne aveva più di cento altre fra cui il Nudo che scende le scale, il famosissimo Grande Vetro e le opere che aveva firmato con il suo nom de plume Rose Selavy (Rose, c'est la vie...). Sono queste costruzioni a dominare la collezione Duchamp insieme a un profluvio di carte, appunti, manuali e le sculturine «erotic objects» e tutte le foto Polaroid delle sue stesse opere, molte delle quali scattate dalla sua amica Denise Brown Hare.

Jasper Johns, l'ultimo del gruppo degli espressionisti astratti americani ma anche l'autore dell'infinita serie di bandiere a stelle e strisce su legno, definì gli Ètant donnés come «il più stravagante gruppo di opere che un museo abbia mai esibito», fra cui i due buchi in una porta di legno senza maniglia murata nei mattoni, attraverso cui godere la spettacolare vista di una donna nuda su un letto a gambe aperte fra le foglie morte. Si tratta di un complicato montaggio di fotografie con un motore che spinge l'acqua di una cascata. Duchamp ebbe la postuma soddisfazione di essere riuscito di nuovo, nel 1969 quando l'opera fu finalmente montata e ultimata secondo le sue istruzioni, a provocare un grande scandalo, dividendo gli animi fra entusiasmo e indignazione, nulla a che vedere col bello e il brutto. Il grande scacchista aveva di nuovo vinto.