Così a Hué gli Usa persero la speranza E anche il Vietnam

Il saggio di Bowden ricostruisce la crudele battaglia in cui crollò il morale americano

Era il 30 gennaio del 1968 e le forze statunitensi stanziate in Vietnam erano relativamente tranquille. Il capodanno lunare vietnamita (Têt) era sempre stato rispettato sia dalle forze del Vietnam del Sud sia dalle forze regolari di Hanoi e dai Viet Cong: una sorta di tregua tacita per festività. In più il comandante in capo delle forze Usa, il generale William Westmoreland, da tutti - compreso il presidente Lyndon B. Johnson- chiamato Westy, ribadiva da mesi che il conto delle vittime nemiche era il segno inequivocabile della vittoria vicina. Quella del killing ratio, del rapporto tra soldati persi e nemici uccisi, era diventata per Westy e il suo comando una vera e propria fissazione. Tanto che i reparti sul campo avevano capito che ormai l'unico modo di ottenere buone valutazioni era quello di gonfiare le cifre.

Dall'altra parte il generale Giáp e i suoi allievi non erano molto impegnati a contare le perdite, invece. Erano molto più attenti a pensare un modo di colpire gli americani su vasta scala e in posti che non si sarebbero aspettati: stavano progettando l'offensiva del Têt. Spostamenti segreti di truppe erano in atto da mesi, così come la mobilitazione di reparti altamente addestrati di guerriglieri Viet Cong in molte città era stato curata nei dettagli. Giáp non amava troppo quel piano, gli sembrava un azzardo inutile, più una scelta politica che tattica. Ma anche lui doveva tener conto degli usignoli, i giovani che stavano crescendo di autorevolezza all'interno del direttivo del partito comunista e ormai spadroneggiavano a colpi di retorica sulla vittoria immediata.

Alla fine però, sotto lo smalto sbeccato della prosopopea, in tutta l'offensiva c'era davvero qualcosa che poteva fare la differenza tattica: occupare la città di Hué, situata lungo il Fiume dei Profumi. Occupare l'antica capitale avrebbe significato spezzare le linee di comunicazione verso il fronte. Lo stesso Westmoreland l'aveva più volte indicata come un bersaglio principale, tranne poi scordarsene nei fatti e convincersi che il bersaglio dei comunisti fosse ormai Khe Sanh. Non è quindi così incredibile che, quando l'attacco venne lanciato, le forze dell'ARVN (l'esercito sud vietnamita) presenti in città fossero praticamente in disarmo per festività, mentre il presidio americano, considerato retrovia, fosse attrezzato a tutto tranne che a un combattimento. Ventimila soldati addestrati, preceduti da gruppi di commando che distrussero tutti i carri armati sud vietnamiti (disposti in ordine, spenti e senza equipaggi, nei recinti di filo spinato), piombarono come un maglio dentro le strade del centro urbano.

Un ristretto gruppo di soldati sud vietnamiti riuscì a resistere nel lato nord della cittadella grazie alla bravura del generale Ngo Quang Truong: l'unico che avesse intuito la portata dell'attacco e che stava cercando di radunare gli uomini rimasti in zona. A sud del fiume il comando americano riuscì a resistere solo perché un radiotelegrafista, Frank Doezema, che per puro caso si trovava sulla torre di guardia alla mitragliatrice, rivelò di avere la tempra dell'eroe scaricando una valanga di fuoco contro gli assalitori prima di essere colpito a morte. Diede il tempo al resto delle truppe di organizzare una difesa disperata ma efficace.

Da questo ferocissimo attacco e da questa difesa isolato per isolato prende le mosse il saggio di Mark Bowden Hué 1968, l'anno cruciale della sconfitta americana in Vietnam (Rizzoli, pagg. 682, euro 24), per poi dipanare tutti i rivoli, di lacrime e sangue, in cui la battaglia si dipanò sino al 3 marzo. Bowden - giornalista investigativo che ha scritto Black Hawk Down e Teheran 1979 - ha fatto un lavoro di ricerca ciclopico che consente di seguire passo per passo i movimenti di molti dei protagonisti della battaglia, da un lato e dall'altro del fronte. A volte leggendo sembra di essere trascinati via dal flusso degli eventi, come collegati in diretta con una telecamera GoPro piazzata sull'elmetto di uno dei marines costretti a combattere casa per casa. Tanto che è impossibile non pensare continuamente a Full Metal Jacket di Stanley Kubrick. Ma al di là della bravura narrativa, Bowden fornisce anche una chiave di lettura tattica degli eventi. Il nodo del disastro, più politico che militare, fu la lentezza degli americani nel rendersi conto di quanti nord vietnamiti e guerriglieri ci fossero in città.

Il generale americano Foster C. LaHue continuò per giorni a sottostimare il nemico e a inviare rinforzi con il contagocce: credeva di avere di fronte non più di 500 o 600 irregolari. Quando risultò chiaro che i marines del colonnello Ernie Cheatham si stavano scontrando con forze enormemente superiori per numero era troppo tardi: la città era saldamente occupata (altrove l'offensiva del têt era invece immediatamente fallita). Fu poi quasi folle poi la decisione di non consentire subito bombardamenti aerei, presa per non danneggiare i monumenti cittadini. Tanto più che nel frattempo i comunisti stavano epurando tutti i cittadini sgraditi causando centinaia di vittime civili.

Quando la macchina militare Usa si mise in moto, ovviamente, per i nord vietnamiti cessò ogni speranza. Però la lotta divenne uno scontro edificio per edificio che distrusse l'abitato (americani e sud vietnamiti dovettero chiedere anche l'appoggio dell'artiglieria navale) e costò migliaia di vite. Ma soprattutto costò ai comandi americani la credibilità. Distrusse il morale della truppa e soprattutto la fiducia dei media: i giornalisti presenti a Hué (soprattutto quelli intrappolati coi soldati) capirono che i numeri che tanto piacevano a Westmoreland rappresentavano ben poco. Quando i loro articoli arrivarono in patria la guerra iniziò a essere persa. Persa nella testa degli americani, non al fronte. Così quel disastro militare che Giáp temeva, e ci fu, si rivelò una vittoria morale. Mentre la vittoria tardiva di Westmoreland divenne un disastro morale irreversibile che nessuno ha mai raccontato bene quanto Bowden in questo saggio.

Commenti

idleproc

Gio, 12/07/2018 - 11:46

"Persero" per la "teoria del domino", per essersi alleati in Vietnam con le vecchie classi dirigenti e con la parte sbagliata, per aver sostenuto il putrefatto colonialismo francese.

Ritratto di Professor...Malafede

Professor...Malafede

Gio, 12/07/2018 - 12:22

Quando gli americani capiranno che non si può fare la guerra da 15000 metri di quota non sarà mai troppo tardi. Altra cosa importante è che per vincere una guerra bisogna avere anzitutto una forza morale. L'America degli anni '60 non era più quella degli anni '40, era un'America già debosciata, corrotta e marcia fino al midollo, drogata e viziosa. Westmoreland non era neanche lontanamente un Patton o un Nimitz! Una nazione così non può che perdere qualsiasi guerra e la storia recente lo sta proprio a dimostrare: dopo il Vietnam una sconfitta dopo l'altra, anche quelle che sono solo vittorie momentanee: Iraq, Afghanistan, Balcani, etc... tutte e solo sconfitte ben nascoste.

ILpiciul

Gio, 12/07/2018 - 13:53

Westy fingeva di credere a ciò che diceva e LBJ fingeva di credere a ciò che Westy gli diceva. Sarebbe bastato ascoltare con attenzione ciò che zio Ho aveva detto: Potete uccidere 10 dei miei per uno dei vostri ma io vincerò e voi perderete. Invece LBJ ha creduto che i vietnamiti ragionassero come lui, a c..zo, è infatti ha preso una bastonata sui dentini e dopo non molti anni, esattamente dopo 10 dalla morte di JFK, anche lui è andato a guardare le carote da sotto. Pur essendo, io, simpatizzante del GOP, lo considero essere stato un discreto Presidente, solo per la Great Society.