Così gli intellettuali si mobilitarono per salvare Pound

Luca Gallesi

Liberate Pound! È un'invocazione, una speranza, una preghiera, e anche il titolo di un libro, scritto da Luigi Marsiglia per Goal Book Edizioni (pagg. 138, euro 12), che racconta, in modo frammentario ma ricco di dettagli, i retroscena di un appello firmato a metà degli anni '50 da alcuni artisti e scrittori italiani per la liberazione di Pound, recluso da una decina di anni, senza processo, nel manicomio di St. Elizabeths, a Washington. Liberate Pound, dicevamo, oltre che dalla gabbia di Pisa e dal manicomio di Washington, anche dai pregiudizi e dai luoghi comuni che lo costringono a indossare i panni dello stolto ingenuo o la camicia di forza del pazzo, dress code indispensabile perché una intelligenza scomoda possa essere riammessa in società. Pound non fu certamente uno stolto e soprattutto non fu mai pazzo, nonostante questa frettolosa diagnosi possa servire a sdoganare il poeta scindendolo dall'uomo di pensiero. Tanto per fare chiarezza, sarebbe tempo di evitare certe allusioni alla presunta superficialità della simpatia per il fascismo italiano di Pound: la sua adesione alla politica del regime fu profonda. Altre leggende metropolitane, simili a quelle che lo vogliono prigioniero a Coltano, dove non mise mai piede, lo descrivono come già depresso negli anni '30, periodo, invece, della sua massima attività, oppure paragonano la prigionia in manicomio criminale al soggiorno in una spa.

Il contributo di Marsiglia è importante perché ci mette a disposizione le carte dell'archivio di Francesco Messina, che, nell'estate del 1955, con Soffici, Carrà e Papini, fu colpito dalla drammatica prigionia dello scrittore, e, insieme a loro, si dà da fare per chiederne alle autorità statunitensi la liberazione. L'appello, insieme a quello di tanti scrittori americani, da Eliot a Hemingway, da Frost a Auden, sicuramente servì a tenere accesa la luce sul caso Pound. Il 18 aprile 1958 venne finalmente liberato, marchiandolo come individuo «non pericoloso ma non guarito». Fu questa, e sarebbe ora di ricordarlo chiaramente, la causa del silenzio e della depressione che segnarono gli ultimi anni di Pound, che mai si pentì mai abiurò e mai si lamentò del suo destino.

Tra i documenti preziosi riportati in Liberate Pound c'è il testo di una conferenza di Vanni Scheiwiller, storico editore di Pound in Italia, dedicata a Pound e/a Milano, ricca di aneddoti, come il suo giudizio su Kipling, definito «talentuoso», o quello su G. B. Shaw, «un gagà, un prodotto sintetico o sfruttatore in parte di Nietzsche e di Ibsen, con una vernice superficiale della tecnica di Wilde». Tra le imprecisioni che sarebbe tempo di rettificare, infine, ci sarebbe la leggenda di Pasolini strenuo ammiratore di Pound, confortata dalla celeberrima intervista in cui PPP appare sdraiato sull'autore dei Cantos come un devoto discepolo, dimentico forse di quanto scritto nel 1965, a proposito dell'ammirazione dell'americano per la Divina Commedia: «il Dante di Pound è esattamente come un ebreo nelle mani di Hitler», o di quanto affermato dopo la morte di Pound,: «Tutta la politica di Pound (oltre che essere manifestamente pazzesca) è gestuale». Insomma: o pazzo o ingenuo, non si scappa.