Così il "monoideismo" ha intossicato anche la democrazia

Un estratto, tratto da Democrazie Mafiose di Panfilo Gentile

Accanto agli elettori irreggimentati esiste poi quella che gli inglesi chiamano «the floating opinion», la quale non può essere indrappellata e portata a votare a plotoni. Questa opinione deve essere persuasa e può essere raggiunta solo dalla propaganda. In questo campo nell'ultimo ventennio le democrazie hanno mostrato di avere bene imparato dalle dittature l'arte del-l'«imbottimento dei crani o del lavaggio dei cervello». La propaganda diretta, o esaltazione retorica dei meriti del partito, la demagogia delle promesse, l'appello ai temi presuntivamente più popolari, tutte queste che potremmo chiamare le vecchie «armi convenzionali» della lotta politica, sono ancora in uso ma non sono considerate più sufficienti. Gli uffici specializzati dei grandi partiti hanno segnalato concordemente che i comizi, i manifesti, la stampa di partito, gli altoparlanti motorizzati non rendono più come vent'anni or sono, quando la rinata democrazia affrontava i primi cimenti elettorali. Adesso si aggiungono i metodi meno diretti e più perfidi, che sono stati elaborati dai regimi totalitari. Il monoideismo paranoico, che è proprio di codesti regimi è che tutto sempre e dovunque deve essere propaganda. Nessuna attività umana deve essere sottratta alla regola: servire la causa in ogni circostanza e con ogni mezzo, al di sopra anche di ogni norma morale.

Soprattutto i sovietici si sono fatti maestri di questo odioso machiavellismo, che ha cancellato secoli di civiltà politica ed ha contagiato non solo i partiti comunisti d'obbedienza al califfato di Mosca, ma anche almeno parzialmente partiti non comunisti. Il monoideismo ha asservito arte, scienza, filosofia, spettacolo, attività ricreativa. Tutto ciò che era ricerca disinteressata, autonoma, politicamente neutrale è stato asservito alla finalità politica ed è diventato mezzo di propaganda. La propaganda poi preferita dal monoideismo non è quella aperta della polemica orale e scritta, ma è la propaganda subdolamente mascherata e clandestinamente somministrata.

In questa materia la televisione supera tutti: ad opera delle cellule clericocomuniste che vi sono annidate intossica con veleni nascosti le informazioni, le inchieste, i documentari, le trasmissioni didattiche e scientifiche. Se si occupa dei poliomielitici, dei subnormali, degli illegittimi o dei sordomuti con l'aria di un interessamento caritatevole, non trascura di insinuare che la responsabilità di tutte queste sventure risale alla società capitalistica.

Se si occupa del duro lavoro dei minatori o dei pescatori con l'apparente intenzione di segnalare i disagi di queste categorie, non manca di arrangiare le cose in modo che se ne attribuisca la colpa agli intraprenditori.

Una buona metà delle trasmissioni televisive è una astiosa istigazione all'dio di classe. Se viene un'alluvione, un terremoto, un'epidemia, si trova sempre la maniera di seminare il sospetto che ciò sia avvenuto per l'ingordigia dei capitalisti, che avrebbero costruito le dighe con la ricotta, le case con la sabbia e le condutture d'acqua col fango. Finanche il maestro elementare clericocomunista, che dovrebbe insegnare il sillabario e la grammatica, riesce ad infilare nelle sue lezioni sobillazioni sociali, magari falsificando la storia con tendenziose mutilazioni dei testi di Mazzini o con la celebrazione del 20 settembre come una data memorabile per il miglioramento della classe operaia, tacendo del tutto il particolare insignificante della caduta del potere temporale dei papi.

Questa propaganda non ordina espressamente di votare per un partito anzi che per un altro, ma tende a creare nell'elettore i presupposti psicologici che indirizzeranno l'elettore a votare per il partito desiderato. Ed è chiaro che la captazione dell'elettore attraverso la persuasione occulta non si esercita solo nei periodi elettorali ma è permanente, perché solo la insistenza monotona di un motivo lo fa entrare nell'orecchio del pubblico e inavvertitamente lo conquista come una certezza indubitabile. Ed è chiaro altresì che essa esige l'accesso ai grandi mezzi di propaganda: televisione, editori, giornali, preferibilmente rotocalchi, teatri, cinema, festival, premi letterari, discografici (canzoni di protesta). Ed allora si arriva alla conclusione che una propaganda di questo genere non è possibile senza grandissime disponibilità finanziarie, non è alla portata di tutti ma solo di quei gruppi privilegiati che possono attingere a fonti di finanziamento eccezionali, non essendo sufficienti le risorse normali e lecite dei partiti, nemmeno di quelli più numerosi. Ed a questo punto le democrazie moderne non assicurano più la libera circolazione delle «élites», non garantiscono ai concorrenti che partecipano alla gara eguali punti di partenza ed eguali condizioni di corsa.

Nelle « élites » si verifica una distinzione e una graduatoria; «élites» povere ed «élites» ricche. Superfluo dire che la distinzione non si identifica con quella tra classi povere e classi ricche, avvenendo spesso che i partiti che hanno le simpatie dei ricchi sono i più poveri mentre quelli che hanno le simpatie dei poveri sono i più ricchi. Così le moderne democrazie sono tanto poco democratiche che assicurano i suffragi e danno la vittoria solo ai partiti ricchi, trasformando le democrazie in timocrazie.