Così un padre rompe «L'argine» e commette una strage

Fabrizio Ottaviani

Si svolgono ad Imola le vicende dell'ultimo romanzo di Deborah Gambetta, ma tenendosi alla larga dal centro della città, forse perché lo stereotipo olivettiano che la vuole urbe illuminata ed utopica confliggerebbe con la storia da raccontare, che è tragica. Oltre ad essere un antieroe murato vivo nel mondo, come i personaggi anaffettivi di Camus (una copia del Mito di Sisifo fa capolino in una pagina), Sandro, il protagonista, è un pluriomicida che abbatte a colpi di fucile la ex-moglie, il figlio e i suoceri. Il lettore viene subito informato della strage, quindi il gioco imposto da L'argine (Melville, 285 pagg., 16,50 euro) non consiste nel chiedersi come andrà a finire, ma nella ricerca delle cause che hanno condotto al terribile gesto.

Apprendiamo, per cominciare, che Sandro «ha sempre fatto tutto esattamente come gli veniva chiesto, da chiunque». L'interruzione degli studi di veterinaria e l'assunzione nell'impresa edile del suocero, imposti come una sorta di prezzo della sposa, sono i primi cedimenti. «Vendersi», peraltro, non è servito a granché: il matrimonio è fallito e il rapporto con il figlio è meno che larvale. Dopo la separazione, Sandro entra in fabbrica, il luogo alienante per eccellenza; eppure non è il lavoro la novità rilevante. È, piuttosto, il desiderio di sottrarsi alla passività attraverso mezzi di fortuna. Persino la strage fa parte dello stesso processo di risveglio. La vendetta è l'atto di chi entra per la prima volta nel sistema della morale, perché la morale consiste per l'appunto nella libertà, cioè nell'essere più forti delle pressioni che si subiscono. Ma perché la violenza e non l'amore, né il riscatto?

Il romanzo suggerisce delle ipotesi: la consapevolezza della fragilità umana, la deprimente routine dell'operaio, il suicidio del padre del protagonista. Di certo lo sfondamento dell'argine che dà il titolo al romanzo, e che trasforma Sandro in un étranger, in un mostro, è una conseguenza della rottura definitiva con il figlio. La risposta sarebbe dunque naturalistica: Sandro uccide perché, pur avendo messo i piedi sulla lastra di ghiaccio della moralità, non riesce a camminarvi. Un momento di buona epifania, in cui forse traspare il giudizio dell'autrice, si ha quando si dà voce agli aguzzini di Sandro: alla moglie che lo ha scaricato, al suocero protervo, alla suocera. Si scopre, infatti, che tutti hanno le loro ragioni, e che quello che sembrava vuoto morale spinto era il pieno di una morale appena meschina, priva di un'autentica generosità. Anche circondati da questa gente, sembra di capire, non si può tirare avanti a lungo, e men che meno immaginare Sisifo felice.