Così il pop gioca coi totem della sinistra

di Paolo Giordano

Spesso il pop fotografa il tempo, lancia nuove idee e boccia quelle vecchie. Di solito, a dire il vero, sono gli esordienti, più scalmanati e meno condizionati, a dettare le regole. Ma, si sa, in questa fase ai giovani artisti non manca nulla tranne, spesso drammaticamente, il coraggio. Così tocca ai navigatori di lungo corso battere le lancette del tempo. Nel primo singolo di Renato Zero, quella sorta di preghiera invettiva che si intitola Chiedi, c'è un verso che dieci, venti, trent'anni fa era inimmaginabile in una canzone pop: «Ma i sindacati no!». Chiunque l'avesse cantato sarebbe stato travolto dalla polemica dopppiopesista di chi difende la libertà di pensiero purché sia uguale al proprio. «I sindacati fanno ostruzione» ha sostanzialmente detto ieri Renato Zero, anni 66, vocazione ad andare al centro del problema. Non è mai stato un «artista politico» e, quando lo è stato, non ha mai avuto una collocazione precisa. Un libero battitore, diciamo. E che dopo quarant'anni e rotti di carriera tocchi a lui, ossia a uno dei big, mettere in una canzone di enorme diffusione un pensiero altrettanto enormemente condiviso la dice lunga sul manierismo omogeneo di tanti debuttanti.

Idem per Zucchero, un altro che, se ha una tessera, è quella del rhythm'n'blues. Pensate che cosa sarebbe accaduto decenni fa se qualcuno fosse riapparso sul mercato con un singolo intitolato Partigiano reggiano. Nel brano c'è pure un passaggio («Oh bella ciao, mia bella ciao») che, nel contesto di una struttura musicale divertita e divertente, toglie un po' di polverosa sacralità a un totem sventolato molto spesso per interessi di bottega. Insomma, entrambi i pezzi non sono dissacratori, anzi. Ma sanciscono che il tempo è cambiato e quindi finalmente se ne può parlare (e criticare) senza essere mitragliati dalle solite, pelose accuse di lesa maestà.