Così «Il ragazzo del lago» arrestò Benito Mussolini

Il partigiano, morto a 94 ani il giorno di Ferragosto, era convinto che il Duce sarebbe stato processato...

di Marcello Foa

Bill gli toccò la schiena chiamandolo «camerata». Non si mosse. Poi «Eccellenza», nulla. Infine osò: «Cavalier Benito Mussolini», la schiena ebbe un sussulto. «Si alzi» urlò. E il Duce si levò. Aveva un mitra tra le gambe, non tentò nemmeno di prenderlo. Era smagrito, aveva la mascella pronunciata, lo sguardo severo, il viso squadrato. «Non c'è nessuno qui a difendermi?» disse. Birzer non mantenne la parola, né i suoi soldati, che, anzi, aiutarono i partigiani ad abbassare la scaletta del camion e a liberarsi al più presto del loro ingombrante ospite. No, il 27 aprile 1945, a Dongo, nessuno era disposto a sacrificarsi per lui. A quel punto il Duce si lasciò condurre fuori.

«Ciò è quanto mi raccontarono Negri e Maffia e ancora oggi sono convinto che sia la verità» ripete Aimone e nei suoi occhi leggo lo sguardo di un uomo schietto.

***

Mussolini era cereo, il suo sguardo fisso e assente, di tanto in tanto ravvivato da improvvisi lampi di orgoglio e di speranza. «So che in questo bel paese non mi faranno alcun male» disse con un filo di voce.

«Le do la mia garanzia che nessuno le torcerà un capello fino a quando rimarrà sotto la mia custodia» lo rassicurò Bill.

Iniziarono a camminare fendendo la folla. La gente ripeteva: «Il Duce, ma è proprio il Duce». «Sì è il Duce», quella parola risuonava in tutta la piazza: «Il Duce, il Duce, il Duce...», ripetuta dieci, cento, mille volte, talvolta simultaneamente, senza rabbia, al punto che quel mormorio di stupore a tratti sembrò un'invocazione, come quelle che il Duce nel Ventennio aveva ascoltato in ogni piazza d'Italia. Ma era un'illusione. Benché composta, quella piazza non gli era amica e, sebbene in circostanze impreviste, era lì per celebrare la sua caduta.

Più di un donghese avrebbe avuto tante ragioni per avventarsi su di lui, insultarlo e schernirlo. Quanti compaesani erano stati uccisi dai fascisti? Quanti torturati? E perché tanti giovani erano scomparsi combattendo guerre insensate, rincorrendo l'utopia di un nuovo impero dopo quello romano? Eppure nessuno lo fischiò, né lo strattonò, né gli sputò. Nessuno tentò di prenderlo a schiaffi, né invocò il linciaggio.

I donghesi tennero con lui e i suoi ministri un comportamento irreprensibile. Forse erano semplicemente intimiditi dalla sua figura, forse temevano che le Brigate Nere potessero tornare e vendicarsi o forse il merito fu dei loro capi, come Pedro e Giuseppe Rubini, che era stato nominato sindaco la sera prima e aveva impartito indicazioni perentorie: «Tutti i fascisti vanno arrestati e processati, non fucilati, né torturati». Rubini voleva giustizia, non vendetta, voleva che Dongo desse prova di grande civiltà. Con tutti gli uomini in camicia nera, anche con Mussolini e i suoi ultimi seguaci.

E così fu, con un solo gesto violento: quando un partigiano comunista strappò dal collo di Claretta una collana con degli amuleti in avorio e la distribuì ai presenti. Null'altro. Il Duce passò incolume tra due ali di folla, come la cinquantina di italiani scoperti tra i soldati tedeschi. Entrò in Municipio, lo portarono in una grande stanza disadorna, al pianterreno.

«Puoi entrare anche tu» disse Rubini, prima di chiudere la porta, rivolgendosi ad Aimone, che aveva seguito Mussolini passo dopo passo. Il Duce si tolse il cappotto della Wehrmacht, rimanendo in camicia nera ed esclamò: «Ne ho abbastanza di cose tedesche, mi hanno tradito per la seconda volta!». Si sedette su una sedia di legno al tavolo, con le spalle alla parete. Teneva la schiena ben eretta. Bill e gli altri partigiani lo tempestavano di domande, talvolta semplici, talvolta grossolane: «Dov'è Vittorio?».

«Non lo so» replicò il Duce.

«Dov'è Graziani?»

«Non ne sono sicuro, ma credo si trovi a Como; mi ha tradito all'ultimo momento e si è rifiutato di accompagnarmi.»

«Duce, dov'era diretto? Perché si nascondeva in un camion?»

Mussolini rispondeva a tutti, distrattamente prima, poi con brio, rinfrancato dalla deferenza con cui veniva trattato. Improvvisamente chiese di restare solo con il sindaco. Non volle al suo fianco nessuno.

Aimone uscì sulla piazza. Pedro non gli chiese di continuare l'interrogatorio sui blindati. Non ce n'era più bisogno. I partigiani avevano scoperto i ministri, le loro mogli e soldi, tanti soldi, nascosti nelle auto. Valigie colme di banconote, italiane e straniere, sacchi pieni di anelli e cimeli d'oro, pietre preziose, che vennero portati in Municipio. Era l'oro di Dongo, tranne i sacchi già spariti a Musso, dove nel dopoguerra contadini e operai iniziarono a costruire condomini e a permettersi un tenore di vita inspiegabilmente agiato.

Vide Mussolini, con lo sguardo perso nel vuoto, salire su un'auto di piccola cilindrata, accompagnato da Pedro e Buffelli, un brigadiere della Guardia di Finanza, passato con i partigiani. Aimone salì sulla seconda vettura con altri partigiani fino alla caserma. Era convinto che il Duce sarebbe stato portato a Como e da qui a Milano per essere processato, perché lo aveva promesso il sindaco Rubini, perché questo era l'ultimo ordine ricevuto dal Comitato di Liberazione Nazionale. Ma poi arrivò il colonnello Valerio e la storia cambiò.