Così sono nati i campi di concentramento

Un saggio racconta genesi e sviluppo di una idea orribile del '900

Un campo di concentramento in un'immagine d'archivio

Rino Cammilleri La Guerra di Secessione fu la prima moderna, sia nel senso della «totalità» che dell'arruolamento della Scienza al servizio dell'annientamento. Dal sommergibile all'aerostato, passando per i campi di concentramento. Nasce «la volontà, per la prima volta, di trattare un grande numero di prigionieri secondo criteri di internamento sistematico e brutale». In un dettagliato saggio dal tono distaccato e accademico Claudio Vercelli ripercorre Il dominio del terrore. Deportazioni, migrazioni forzate e stermini del Novecento (Salerno, pagg. 168, euro 12). E ricorda che la vittoria finale in quella guerra dipese «anche dalla capacità di colpire i civili della parte opposta».«La sovrappopolazione nei campi di internamento militare, nella quasi totale mancanza di soccorso sanitario, in condizioni climatiche spesso insopportabili», non di rado senza acqua e cibo, in «tende recintate dal fil di ferro», magari «sorvegliati brutalmente da soldati abbrutiti» adibiti a secondini, aggiunse miriadi di morti del tutto inutili. La seconda tappa del calvario novecentesco è ancora in America, questa volta a Cuba, dove dal 1895 parte una serie di insurrezioni contro la Spagna. «A soffiare sul fuoco vi è peraltro l'ingombrante presenza di un vicino, gli Stati Uniti, che nutre ambizioni egemoniche». Queste insurrezioni «sempre meno spontanee e sempre più organizzate» inducono il governatore dell'isola a separare gli insorti dai civili per impedire la propaganda rivoluzionaria. Nasce qui il termine reconcentratión che avrà grande fortuna e che riassume sia deportazioni di massa che campi di raccolta. La scusa a quel punto è buona e «nel 1898 gli Stati Uniti decideranno di intervenire nella crisi cubana, attribuendosi il diritto all'ingerenza umanitaria». Ma, guarda un po', solo l'anno seguente gli Usa faranno la stessa cosa, copiando, nella loro guerra contro le Filippine, prima fraternamente aiutate a liberarsi dal dominio spagnolo e poi brutalmente represse. Qui si tratta di misure di «riunificazione coatta della popolazione contadina in campi fortificati». E di fucilazioni sommarie dei maschi dai dieci anni in su.«Furono però gli inglesi a perfezionare il sistema quando, nel corso delle operazioni di repressione della guerriglia boera in Sud Africa, si adoperano nella distruzione sistematica di numerose fattorie, imprigionando le donne e i bambini in Concentration Camps». E siamo negli stessi anni, perché la seconda guerra anglo-boera parte nel 1899. Il biglietto d'ingresso al '900 è appunto il lager sudafricano, «tende di fortuna e baracche instabili (che) si connotano da subito per le pessime condizioni igieniche, la mancanza di cibo e vestiario, l'assenza di cure mediche». Aggiungete il lavoro forzato e/o lo sterminio programmato e avrete il XX secolo. Il bello è che Londra esplicitamente fece tesoro dell'esempio cubano. Ma con una differenza. «Se nel caso spagnolo lo spostamento era considerato temporaneo, poiché strettamente funzionale alle esigenze operative delle truppe inviate da Madrid, per gli inglesi si tratta ora di impedire alla società boera di continuare ad esistere». Un'idea che, com'è noto, farà lugubremente scuola.