Criticava l'oggi, ma credeva nel futuro

«La felicità? Non ci sono limiti per abbracciare qualunque stile di vita»

Massimo Arcangeli

Se n'è andato un grande sociologo, un raffinato intellettuale, un amico carissimo. Conoscevo Zygmunt Bauman da diversi anni, e l'avevo invitato in Italia in due diverse occasioni. Nella prima aveva parlato di futuro, e la sua lezione è diventata anche un bel volumetto (Scrivere il futuro, Castelvecchi, 2016) di cui ho steso la prefazione. Proprio in questi giorni, per la seconda di quelle occasioni, stavo leggendo un altro suo breve saggio (Meglio essere felici), di imminente uscita per lo stesso editore dell'altro.

Sono di Bauman le riflessioni più penetranti sulla civiltà globale, da quel Globalization. The Human Consequences (1998) nel quale guardò al fenomeno globale come a un complesso di forze in concorrenza tra loro, che divide tanto quanto unisce (anzi: «divide mentre unisce»). In un altro testo capitale (Liquid Modernity, 2000) fece sua la visione della modernità «liquefatta», come quella ritratta negli orologi di Salvador Dalí, che si stava allora insinuando nel tessuto sociale e ne intrideva le fibre: evocava la mescolanza e la contaminazione, e la tensione verso l'utopia della «fusione» transculturale.

Concludevo la prefazione a Scrivere il futuro con un'immagine plastica, quella di un raccordo anulare, ispirata proprio dall'abbattimento di ogni barriera e dalla risoluzione di ogni conflitto sottese alla «liquidità» della sua visione. Su un raccordo anulare procediamo in tondo ma per un pezzo, provenendo da tutti i luoghi possibili e andando verso tutti i luoghi possibili. I raccordi anulari evitano di passare per le città, ma mettono in contatto il tutto con il tutto in un movimento senza sosta che non conosce punti di separazione. È il luogo in cui intersezioni e intrecci evolvono in contatti e trasfusioni tra lingue, saperi, comportamenti. È il luogo dell'intercomprensione, e di quella solidarietà e quella collaborazione di cui Bauman, in questi ultimi tempi, si era molto occupato: destinate, l'una e l'altra, a sostituire la competizione, perché, disse, «la vita non è una gara».

Scrive, nel libretto sulla felicità: «Non ci sono limiti, non ci sono muri, non ci sono ostacoli insuperabili per abbracciare, nelle nostre esistenze, qualunque stile di vita». È una questione di carattere, precisa, e di scelte da compiere: siamo noi a decidere, anche se le condizioni di partenza non sono le stesse per tutti. Grazie Zygmunt, anche per averci fatto comprendere che il primo muro da abbattere, se vogliamo costruire una società migliore, è il nostro muro interno. E, poi, che la via maestra per la felicità è la vita reale. «Solo gli angeli e le bestie possono vivere al di fuori della polis. Ma noi non siamo angeli, e non vogliamo essere bestie. La felicità comincia nelle nostre case, dove viviamo insieme agli altri, non su Internet».