Dare un Leonardo ad Abu Dhabi? È una pessima idea

L' operazione che, dopo anni di rinvii, ha portato in questi giorni il Louvre a inaugurare la propria nuova sede sull'isolotto artificiale di Saadiyat di Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti, ha prodotto come conseguenza il prestito di una parte rilevante della propria collezione, unitamente alle opere provenienti da altri dodici musei francesi. L'accordo è molto simile a una cessione dei diritti sul marchio, come avviene quando si apre un punto vendita in franchising di una determinata insegna. Il Louvre si è impegnato a garantire i diritti per 30 anni e 6 mesi agli emiri, e a concedere le opere per le mostre temporanee per i prossimi 15 anni, i prestiti per 10, a fronte di un miliardo di euro, 400 milioni per l'uso del brand e 600 a fronte della possibilità di esporre dipinti e sculture.

A fare da icona del Louvre di Abu Dhabi sarà La Belle Ferronnière, il ritratto di una cortigiana amata da Ludovico il Moro che Leonardo realizzò a Milano tra il 1495 e 1499. L'immagine del dipinto è stata utilizzata in tutti i materiali di comunicazione e marketing relativi al lancio del museo e dunque è facile immaginare che la concessione dell'opera si protrarrà più del tempo previsto per la rotazione degli altri prestiti (1-2 anni). Tanto è vero che Forbes si è chiesto in questi giorni se assisteremo ad Abu Dhabi alle stesse scene a cui siamo ormai abituati quando, visitando il museo di Rue de Rivoli, vediamo accalcarsi nella sala della Gioconda una folla che attende di volgere le spalle al quadro per farsi il selfie d'ordinanza.

Se si esclude il Ritratto di Ginevra Benci che sta alla National Gallery di Washington sino a oggi tutti i dipinti certi di Leonardo certamente autografi - che sono non più di diciassette - erano conservati in Europa. Cinque di essi sono al Louvre, che evidentemente forte di questa «abbondanza» si è sentito autorizzato a trasferirne uno negli Emirati e a farne, per ammissione dello stesso Jean-Luc Martinez, direttore dell'istituzione parigina, «una parte dell'identità del museo» di Abu Dhabi. Questo trasferimento non ha sollevato obiezioni da parte delle autorità della UE, indifferenti al fatto che un tesoro della cultura europea venga dislocato a sette ore di volo. Ora, anche prescindendo dalle riflessioni sul significato di mandare un dipinto in un territorio dove la rappresentazione del volto scoperto delle donne è per tradizione eslege, sperando che diventi un'icona, c'è un punto da cui non si può prescindere, che è la sottrazione all'Europa della fruizione di questo capolavoro, che per molti critici e storici dell'arte rappresenta il punto più avanzato dell'applicazione al ritratto degli studi di Leonardo sull'ottica e sui meccanismi della visione. E sia mai naturalmente che il tema abbia sfiorato i giornali italiani. Probabilmente l'unica cosa che interessa è la possibilità che, sulla scorta della fama di quella che pare destinata a diventare la «Nuova Gioconda» accorrano in tantissimi a vedere i luoghi dov'è stata realizzata. Tutti a Milano. L'identità scambiata per l'incasso. Chapeau.