Da Davis a Jefferson il gospel incontra il blues

I bluesmen sono sempre stati considerati balordi, ubriaconi, spesso (come Lead Belly) assassini. Insomma dei poco di buono. Del resto la loro è la «musica del diavolo» o no? Una musica che però spesso si fonde (e confonde) con quella dei «black preachers» e dei «guitar evangelists» che cantavano gli inni delle chiese battiste e metodiste spesso a tempo di blues. Il confine tra brani sacri e brani profani era molto sottile, come sottolinea la presentazione al prezioso disco The Rough Guide to Gospel Blues Reborn and Remastered, che presenta venticinque brani tra i più significativi del gospel blues. Ci sono le incisioni del 1927 di Blind Willie Johnson, songster vagabondo che ha dedicato l'intera vita a Dio ma che ha suonato anche tanti blues e c'è il classico I Am the Light del Reverendo Gary Davis, musicista itinerante e non vedente che con la sua tecnica finger picking ha influenzato legioni di chitarristi bianchi, da Stefan Grossman all'ex Jefferson Airplane Jorma Kaukonen (divenuto a sua volta un maestro con gli Hot Tuna e con la carriera solista che prosegue ancora oggi). L'esempio tipico di ciò che si diceva all'inizio è All I Want Is That Pure Religion del maestro texano Blind Lemon Jefferson, noto «peccatore» e interprete di blues (celeberrima la sua See That My Grave Is Kept Clean) incisa sotto il nome di Diacono L.J. Bates. Altro pregio dell'antologia è il recupero di artisti poco noti (e raramente registrati) come Blind Manie Forehand, Blind Gussie Nesbit (molti di questi artisti erano ciechi) e Tallahassee Tight.